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Il Boss. Quando il ministro querelò il regista che lo aveva chiamato mafioso

Da Serbanenco a Palermo: il film crudo, violento e nichilista che suscitò l’ira di un big della Dc siciliana dei primi anni ’70

«Io giravo i miei film e due o tre grossi registi – non voglio fare i nomi – si facevano l’aureola con Sciascia. Però chi ha avuto i picciotti sotto casa ad aspettarlo, chi ha avuto i film sequestrati e le querele dai ministri sono stato io». Così Fernando Di Leo a inizio millennio si sfogava in una intervista, diventata mitica per gli appassionati del cinema di genere italiano, rilasciata a Davide Pulici di Nocturno Cinema.

Ovviamente c’era di più del semplice moto di stizza postumo di un autore, anche importante (Di Leo, ricordiamolo, esordì come sceneggiatore per i western di Sergio Leone) che, tuttavia, non riuscì ad avere in vita un pieno riconoscimento.

Non è il caso di impegnarsi troppo a capire chi fossero i bersagli polemici di Di Leo (anche se non è difficile fare i nomi di Elio Petri e Damiano Damiani).

Semmai è utile ricordare come e perché il regista pugliese si sia ficcato nei guai con Il Boss (1973), capitolo conclusivo della sua Trilogia del milieu (gli altri due sono Milano Calibro 9 e La Mala Ordina).

La risposta arriva nella seconda scena del film, che si svolge in un obitorio dove alcuni mafiosi cercano di riconoscere i corpi dei propri cari – e compari – straziati e semicarbonizzati in seguito a un attentato.

«Allora, Cochi, a che punto siamo con l’identificazione dei tuoi amici?», chiede il commissario Torri (interpretato dall’italo-croato Gianni Garko) a Cochi Il calabrese (interpretato dal più famoso Pier Paolo Capponi), esponente della famiglia Attardi sterminata nell’attentato ordito da don Giuseppe Daniello (il caratterista siciliano Claudio Nicastro). La risposta è terribile e, a rileggerla col senno di poi, un po’ forzata: «Lima aveva sul braccio destro un tatuaggio con la bandiera americana, Matta aveva al mignolo un anello, Gioia aveva un neo sul culo, Buscetta aveva l’orchite, era senza una palla».

Che la lista non fosse casuale lo rivelò lo stesso Di Leo nella celebre intervista: «Nella scena dell’obitorio ne citavo tre o quattro di noti boss democristiani legati ai boss mafiosi». Tra questi, appunto, il palermitano Giovanni Gioia, all’epoca ministro dei Rapporti con il Parlamento «che si era riconosciuto ne Il Boss». Gioia, già chiacchierato per rapporti borderline, presentò querela a Genova, dov’era stata proiettata la prima del film nel febbraio del ’73. A novembre Luciano Di Noto, il sostituto procuratore titolare del procedimento, ordinò il sequestro del film e fissò l’udienza per febbraio. Che tuttavia non si tenne perché nel frattempo il ministro aveva ritirato la querela. Fu il solo incidente del film, che, spinto da questa pubblicità indiretta, aveva riscosso un buon successo al botteghino.

Ovviamente la parte sociale de Il Boss è minima. Ancora più ridotta, se si vuole, che negli altri film di Di Leo. Non che manchi del tutto: il film, sceneggiato dallo stesso regista, è tratto da Il Mafioso, un romanzo di Peter McCurtin, dove manca del tutto il riferimento alla politica, centrale invece ne Il Boss, e il cui il personaggio a cui è ispirato Chochi Il calabrese è un nero. Il riferimento al razzismo tra italiani è perciò più che sussurrato. E lo conferma, all’interno del film, una frase di don Corrasco (interpretato dall’americano Richard Conte, fresco reduce dal successo de Il Padrino), il superboss che ha scatenato la guerra contro gli Attardi: «La nostra famiglia è esclusivamente siciliana. A New York piace così e piace pure a mmia. La mafia esiste da secoli e resiste perché siamo siciliani, con vincoli di parentela e matrimoni ben fatti», roba che oggi potrebbe vantare qualsiasi capobastone di una ’ndrina calabrese ben messa contro i caotici napoletani e i rammolliti siciliani.

Dopodiché la sostanza de Il Boss è giocata tutta sui rapporti tra politica e malavita, con una circolarità perfetta e priva di vie d’uscita. Lo Stato, nel film è poco presente. Quando c’è è debole anche se capace, come nel caso del questore (il mattatore napoletano Vittorio Caprioli) e dell’onorevole Gabrielli (l’emiliano Mario Pisu) o colluso, come s’è già detto il commissario Torri.

Ma la peculiarità del film è che il buono proprio non esiste. È cattivissimo il glaciale Henry Silva, che interpreta lo spietatissimo killer Lanzetta, il protagonista del film, per cui lo spettatore è spinto a fare il tifo perché è solo un personaggio coerente con la logica mafiosa: spietato con tutti, anche verso i suoi affetti (arriva ad eliminare don Daniello, il suo boss e mentore in Cosa Nostra). È cattivo anche il suo socio Pignataro (il triestino Marino Masè), che dopo averlo salvato tenta di uccidere Lanzetta. Non è buona, semmai è debole, Rina (interpretata dalla bellissima Antonia Santilli, già playmate di Playmen e controfigura della non perfetta Ornella Muti nelle scene di nudo), la figlia ninfomane e fuori di testa di don Daniello.

Stupenda, conturbante e dai tratti fanciulleschi, la Santilli proprio ne Il Boss esprime al massimo il suo potenziale erotico. Di Leo descrisse questo particolare personaggio femminile come una specie di eroina femminista avant la lettre. Ma, col senno del poi, c’è da pensare che la debole Rina sia stata solo il pretesto per accoppiare il nudo e il sesso alla violenza e virare la pellicola sull’exploitation.

Addirittura spregevole risulta Carlo Attardi (il milanese Gianni Musy, attore e doppiatore dal curriculum chilometrico), il sopravvissuto alla strage, che prima invoca vendetta e poi tradisce Cochi, l’unico che potrebbe assicurargliela.

Della politica si è già detto, parlando dell’onorevole Gabrielli, l’esponente della Commissione antimafia, che cerca di risalire inutilmente alla verità assieme al questore che, per dirla con Pasolini, sa ma non ha le prove. Ma è l’avvocato Rizzo (il palermitano Corrado Gaipa, altro volto celebre e interprete di primo piano del poliziesco italiano) che introduce il vero elemento di ambiguità: è lui il vero puparo, che gestisce i rapporti tra la politica e la mafia e muove i fili del gioco complesso di potere e di morte su cui si regge tutta la storia. Certo, Di Leo e non è Damiani, ma è difficile non cogliere nel personaggio di Rizzo più di un riferimento all’avvocato Vito Guerrasi, il factotum della vita, politica ed economica, della Sicilia dell’epoca.

Essere cattivi non vuol dire essere forti. Anzi, la peculiarità de Il Boss, considerato a ragione il film più nichilista di Di Leo, è che nessuno dei personaggi agisce mai di propria volontà: il gioco perverso e assassino del potere, crudo e sofisticato allo stesso tempo, crea un piano inclinato in cui si finisce per uccidere per non essere uccisi.

«L’unica consolazione è che almeno si ammazzano tra loro», ironizza il questore.

E il suo è l’unico apologo morale del film, in cui spiccano le scene di azione e le sparatorie, commentate con efficacia dalla colonna sonora di Luis Bacalov. Da manuale, soprattutto l’incipit, in cui Lanzetta stermina gli Attardo con un fucile lanciagranate mentre assistono in un cinema alla proiezione privata di un film porno. Memorabile anche il dialogo tra il killer e il terrorizzato proiezionista. «Gesù», balbetta quest’ultimo, mentre Lanzetta gli punta la pistola alla tempia. «Gesù non c’è», è la risposta, «a lui non gli piacciono i film pornografici». Ma Gesù, per rispondere a battuta con battuta, non può esserci in un ambiente malsano come quello in cui si svolge la macelleria de Il Boss: una Palermo grigia, notturna e cupa, dove non si vede mai il mare.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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