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L’Istruttoria è chiusa: un viaggio nell’inferno delle vecchie carceri

Uno sguardo crudo sul mondo penitenziario dell’inventore della Piovra, quando ancora nessuno denunciava…

Il secondo film d’impegno civile di Damiano Damiani (escludiamo Il Giorno della Civetta, troppo legato alle tematiche di Leonardo Sciascia e quindi fuori filone) scandaglia in profondità l’universo carcerario, letto al di fuori delle consuete tematiche garantiste, che in quegli anni si facevano strada nella cultura italiana. L’Istruttoria è chiusa: dimentichi è del 1971, quando la riforma carceraria con cui l’Italia cercava di attuare, almeno a livello formale, i principi della Costituzione e della Convenzione per i diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali era di là da venire. Prima della legge 354 del 1975, che stabiliva le Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, la situazione delle carceri era di totale promiscuità. Attenzione, non ci riferiamo alla odierna promiscuità di fatto, ma alle condizioni dell’epoca, determinate da una legislazione ancora inadeguata al dettato costituzionale (si pensi, al riguardo, che anche l’abolizione delle pene corporali è un fatto piuttosto recente).

Proprio questa situazione è ritratta dal romanzo Tante sbarre di Leros Pittoni, che narra la vicenda di un ingegnere recluso in via cautelare per due mesi. E proprio da questo romanzo è tratto, a dire il vero in maniera piuttosto libera, L’Istruttoria è chiusa: dimentichi (1971), il film con cui Damiani, prende  pausa artistica dal filone mafioso, imboccato l’anno prima con Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica e che sarebbe ripreso due anni dopo con Perché si uccide un magistrato.

Al solito, non dipaneremo la trama, perché il film ha una struttura narrativa gialla. Tuttavia, non rovineremo la visione a nessuno se ne narreremo una parte, perché, rispetto agli altri film del regista friulano, L’Istruttoria…ha un aspetto documentaristico più marcato: la storia, in questo caso, è meno autosufficiente e più funzionale alla descrizione-denuncia delle condizioni terribili della vita carceraria. Non a caso, il contributo musicale, firmato da Ennio Morricone, è più minimale, al punto che la pellicola non ha quasi colonna sonora. Come a dire che la storia parla (e suona) da sé e, attraverso la storia, urla la denuncia.

Il mondo del carcere è descritto per schemi, personaggi caratteristici e situazioni standard, tutti così tipizzati da sfiorare il luogo comune. In questo senso L’Istruttoria… descrive un percorso verso la paranoia (ben esemplificata dal complotto di cui è vittima il protagonista) e la disumanizzazione progressiva del detenuto.

Esemplare, al riguardo, la scena del colloquio tra il direttore del carcere (interpretato dal bravo Ferruccio De Ceresa, passato dai radiodrammi e dagli sceneggiati tv al noir) e il protagonista (un Franco Nero senza baffi e in gran forma nel ruolo per lui non troppo tipico dell’antieroe pavido e ingenuo), che apre il film con un tocco grottesco: il direttore confonde il nome del detenuto che deve accogliere e lo scambia per un condannato a 30 anni di carcere. Poi, resosi conto dell’errore, si scusa, con un’uscita lombrosiana: «In effetti, lei non ha il viso di un delinquente». Ma ciò non vuol dire che l’architetto Vanzi, il protagonista, sia innocente: infatti apprendiamo, dalle scene dei colloqui con l’avvocato (il caratterista siciliano Enzo Andronico, formatosi assieme a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia e approdato al cinema d’autore) che l’architetto è accusato di omicidio colposo e di omissione di soccorso e che è detenuto in attesa di giudizio.

Tuttavia, non è questo il punto: anche Vanzi ha un ruolo preciso dell’economia del film: è lo sguardo dell’alta borghesia benestante sul mondo alieno degli istituti penitenziari. E che sia un altoborghese lo si capisce dagli infiniti dettagli del personaggio interpretato da Nero: dialoga da pari a pari col magistrato che lo interroga, cerca di sopravvivere come può in carcere e lega con i detenuti più civili, corrompe le guardie e il medico dell’infermeria.

Certo, non è inumano. Anzi: si ficca nei guai per solidarietà, come quando protesta in difesa di un compagno di cella, malato terminale, interpretato dal francese Georges Wilson. E riesce anche a capire il dramma e la congiura di cui è vittima Pesenti (il bravo Riccardo Cucciolla, reduce da Sacco e Vanzetti e futura voce italiana di Roger Moore) altro compagno di cella, testimone scomodo in un processo importante e vittima di una congiura fatale ordita fuori dal carcere e andata a segno tra le sbarre. Pesenti, che domina tutta la seconda parte del film, è il protagonista dell’aspetto giallo del film, di cui Damiani approfitta alla grande per completare l’affondo sulle distorsioni del sistema carcerario.

Tra queste distorsioni la più importante riguarda il ruolo dello Stato, letteralmente espropriato del difficile ruolo che gli ha affidato la Costituzione.

Già si è detto del direttore del carcere: retorico, sostanzialmente indifferente alla sorte dei detenuti e letteralmente ostaggio dei galeotti e delle guardie carcerarie. Perciò vale la pena di soffermarsi su altri due personaggi: il maresciallo della guardie carcerarie (possiamo chiamarle così perché allora non esisteva la Polizia penitenziaria come la conosciamo oggi) e Salvatore Rosa, il detenuto potente, che determina tutto ciò che avviene in galera. Il primo è il classico uomo d’ordine (il medioborghese, per capirci) che deve la propria ascesa sociale all’uniforme. È un personaggio dai tratti fascistoidi, interpretato in maniera egregia dall’indimenticabile Turi Ferro, che invoca il rispetto di un’autorità che subisce dall’alto e non riesce a far valere verso il basso se non attraverso la violenza. Il suo è un potere corruttibile, che lo rende vittima e carnefice allo stesso tempo. Rosa, impersonato bene da Claudio Nicastro, caratterista siciliano e volto tipico di molti polizieschi e gialli degli anni ’70. Lui è il deus ex machina che ordisce il complotto a danno di Pesenti e vi coinvolge Vanzi. È apparentemente bonario, educato e persino perbenista. Un po’ infiltrato e assai subdolo. È in carcere, spiega Armando, il factotum del carcere interpretato da Corrado Solari, per coprire responsabilità di altri, «gente che sta in alto».

Questa particolare autogestione rende il carcere descritto da Damiani un luogo concentrazionario, dove il potere è puro e sfuggente perché latita il diritto. Il potere senza diritto è brutalità: e le guardie carcerarie che coprono con la musica sinfonica a tutto volume i propri pestaggi ne sono un esempio. E ne è un esempio pure la promiscuità, per cui pluriomicidi sempre pronti a uccidere (come Biro, impersonato dall’inglese John Steiner, altro attore feticcio di Damiani) sono a contatto con personaggi di basso profilo criminale, proprio come Vanzi. Ed è sfuggente, proprio perché non sottoposto a regole, quindi corruttibile. Vanzi, si è già detto, è anche corruttore: ad esempio, paga il medico per avere rapporti sessuali con Milena, una detenuta del braccio femminile (interpretata dalla bella Patrizia Auditori).

 Poi il crudo finale: Vanzi fa finta di non sapere nulla della morte di Pesenti e, grazie alla sua omertà, ottiene la libertà e il ritorno al suo mondo, che non è moralmente meglio di quello che ha lasciato. «Io e lei stiamo dalla stessa parte», lo ammonisce il maresciallo, vestito in borghese appena fuori dal carcere. E che forse sia così lo si capisce dal finale crudo, illuminato dalla fotografia di Claudio RagonaVanzi è atteso dai suoi a bordo della barca con cui andrà in crociera e da un editore che gli propone un contratto per un libro-diario in cui dovrà raccontare l’aspetto superficiale della vicenda. Ma tacerà la verità, perché, nella scena conclusiva, nega tutto anche alla figlia di Pesenti. Da rivedere, con indignazione e amarezza.

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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