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La Corta Notte delle Bambole di Vetro, quando l’Italia fece il verso a Polanski

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Un inquietante thrilling esoterico ambientato nella Praga comunista degli anni ’70. L’esordio dell’allievo di Bertolucci

«È servita a tutti. A tutti quelli che vogliono sopravvivere agli altri per riuscire a conservare il potere. A quelli che cercano il sangue di un soldato o di uno studente disposti a lasciarsi ammazzare, in pace o in guerra. Eccoli i sospetti! Le bastano? Però non mi ha risposto: lei è giovane o vecchio?». La frase risale al ’71, ma è di un’attualità bruciante.

Nel 1968 Roman Polanski ha sconvolto le platee di mezzo mondo col suo Rosemary’s Baby, in cui l’horror soprannaturale si esprime attraverso una trama gialla, ispirata alle innumerevoli teorie del complotto che proprio allora avevano conosciuto il loro primo boom nell’Occidente postbellico, uscito con le ossa rotte e molte delusioni dall’era del benessere di massa e delle rivoluzioni culturali degli anni ’60. Qualche anno dopo Polanski avrebbe bissato con altrettanta efficacia ne L’Inquilino del Terzo Piano. Altro film, altro complotto.

Ma il paese dove ha attecchito di più questo curioso filone è l’Italia. Lo prova La Corta Notte delle Bambole di Vetro, opera prima del fiumano Aldo Lado, già aiuto regista di Bernardo Bertolucci, che assieme al successivo Il Profumo della Signora in Nero (1974), di Francesco Barilli, è la più convincente incursione tricolore in questa particolare sottocategoria del giallo all’Italiana.

Non è cinema d’autore, ci mancherebbe: La Corta Notte… è un film creato per riuscire al botteghino e si vede. Ma la griffe è di alta qualità e l’equilibro tra le esigenze commerciali (supportate da un’ambiziosa produzione internazionale italo-jugoslavo-tedesca) e il livello artistico è solido.

Di italiano, nel film, c’è soprattutto lo stato maggiore della troupe: oltre alla magistrale regia di Lado, che è pure autore di soggetto e sceneggiatura, si notano la bella fotografia di Giuseppe Ruzzolini e l’inquietante colonna sonora di Ennio Morricone, che ripete il suo repertorio particolare di effetti orchestrali e cori femminili. Un must.

Il cast, invece, è internazionale: nel ruolo di protagonista dà buona prova di sé il francese Jean Sorel, uno dei belli dell’epoca, non ancora approdato al poliziottesco e fresco reduce dall’esperienza con Bunuel. Poi c’è la stupenda Barbara Bach, americana assai attiva in Italia che avrebbe raggiunto l’apice della fama sei anni dopo nel ruolo di Bond girl in La Spia che mi amava. Il rest del cast è costituito da attori italiani e jugolasvi (in realtà croati, visto che il coproduttore era Jadran Film): è un piacere vedere duettare glorie del teatro come il veneto Josè Quaglio, convincentissimo nel ruolo dell’ambiguo avvocato Valinski,con caratteristi solidi, come ad esempio, il marchigiano Luciano Catenacci, uno dei cattivi più gettonati del cinema di genere italiano, soprattutto nel western e nei mafia movie. Ottima prova anche per l’italo-tedesco Mario Adorf, approdato al giallo all’italiana l’anno prima con un cameo nell’argentiano L’Uccello dalle Piume di Cristallo, valido nel ruolo di spalla, ma in realtà vero e proprio coprotagonista, di Sorel. Il livello più alto, tuttavia è raggiunto dalla svedese Ingrid Thulin, già musa di Ingmar Bergman e di Luchino Visconti, che interpreta Jessica, il personaggio più drammatico, ambiguo e sensuale del film. Nutrita anche la presenza degli slavi, alcuni dei quali (Relja BasicFabijan SovagovicRikard BrzeskaPetar Buntic) volti noti del cinema balcanico, dell’epoca e non solo. Un cameo anche per la futura popstar tedesca Jurgen Drews, che interpreta il ruolo del musicista da strada e commenta dal vivo con una canzone il colpo di scena del film.

È internazionale anche l’ambientazione, visto che gli esterni de La Corta Notte… sono girati tra Praga (dove la troupe, per sfuggire alla rigida censura della Cecoslovacchia, reduce dalla repressione seguita alla Primavera di Praga, si limitò ad alcune riprese panoramiche) e Zagabria, che come vice Praga non era così male.

Detto questo, passiamo alla trama, che ovviamente non riveleremo del tutto, perché La Corta Notte… è un giallo, per quanto di difficile classificazione, e la trama dei gialli non si rivela.

Avere a che fare con Praga, soprattutto col quartiere di Malastrana, comporta necessariamente misurarsi con due scrittori di prima grandezza: Franz Kafka e l’esoterista Gustav Meyrink, che ambientò il suo Golem proprio nella capitale della Boemia asburgica. Già: il complotto di cui sono vittime il protagonista, il giornalista americano Gregory Moore, e la sua compagna è di matrice kafkiana e sempre kafkiana è la discesa agli inferi della paranoia dell’eroe. Alla suggestione di Meyrink, invece, si devono le tante interferenze esoteriche, che spostano il film verso l’horror. Intendiamoci: un horror di gran classe con poco sangue e molta tensione. Esoterico è l’incipit: il protagonista viene ritrovato morto in un parco, ma in realtà è in stato di catalessi e, mentre gli altri lo credono morto, inizia a ricordare il suo dramma, dando il via a una narrazione per flashback, che dà un certo ritmo al film, piuttosto atipico in quegli anni, quando si prediligeva (la voleva anche il pubblico) una narrazione su tempi lunghi.

Sullo sfondo della vicenda, una misteriosa organizzazione, il Club 99, in apparenza un’associazione culturale per anziani dediti alla musica e all’arte, ma che si rivela, nell’agghiacciante finale, una rete internazionale di uomini di potere, una piovra dai tentacoli invisibili che celebra sé stessa con riti dionisiaci. Al riguardo, è impressionante la penultima scena: un’orgia (interpretata da comparse reclutate in una casa di riposo di Zagabria) in cui il protagonista scopre l’atroce verità prima di andare incontro al suo destino. Il riferimento al clima culturale dell’epoca – quando, per capirci, s’iniziava a parlare di poteri occulti, superlogge massoniche coperte e deviate e servizi segreti, non solo italiani, altrettanto devianti – non poteva essere più esplicito. Lo rivela l’avvocato Valinski, quando scopre le carte con una frase memorabile: «Noi terremo le fila del mondo finché ci sarà gente disposta a farsi uccidere, a versare il proprio sangue e niente deve cambiare».

Poi, l’agghiacciante urlo di Ingrid Thulin fa calare il sipario su una storia che, a quasi cinquant’anni di distanza, merita di essere rivista.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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