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Suddisti, neoborbonici e fake news. Il caso De Crescenzo

Dopo anni di bombardamenti mediatici, arriva la reazione degli studiosi: lo storytelling revisionista è privo di valore scientifico e mira a far breccia attraverso tecniche di manipolazione tipiche della propaganda politica e commerciale

Nel presente intervento, e in un secondo che sarà pubblicato successivamente, si prenderanno in esame, a puro titolo di esempio, alcuni passi tratti da un saggio di Gennaro De Crescenzo, Le scuole al tempo dei Borbone[1], e da una monografia del giornalista e scrittore Pino Aprile, Carnefici[2].

La disamina dei testi, oltre a rivelarne le incongruità, gli errori, le lacune metodologiche sul piano storico, metterà in rilievo il carattere propagandistico, e non propriamente storiografico degli stessi.

Da sinistra: Gennaro De Crescenzo, Pino Aprile e don Carlos di Borbone

Occorre perciò chiedersi, prima di iniziare, se un tale approccio sia applicabile ai materiali in questione; se, cioè, sia intellettualmente onesto far rientrare il saggio di De Crescenzo e la monografia di Aprile nell’ambito pubblicitario più che in quello scientifico.

A nostro avviso vi sono forti e semplici ragioni che giustificano questa scelta di metodo. Lo stesso De Crescenzo, infatti, nel corso di un intervento da lui tenuto presso la Fondazione napoletana Il Giglio ha tenuto a dichiarare pubblicamente e con candore:

«Perché a me della storia di Francesco II di Borbone – pur amandolo e pur pensandoci tutte le notti – non interessa se quella storia non diventa qualcosa di utile e di prezioso oggi»[3].

Giancristiano Desiderio

La cronaca recentissima conforta ulteriormente questo assunto. All’inizio dello scorso giugno i giornali hanno rilanciato con enfasi una notizia da alcuni definita ironicamente segreto di Pulcinella: i neoborbonici scendono in politica[4]. La novità è stata commentata dallo scrittore e giornalista sannita Giancristiano Desiderio con parole che ampiamente condivisibili:

«Contrariamente a quanto si possa credere, è una buona notizia perché è la fine di un equivoco: i neoborbonici con la decisione di «scendere in campo», come recita la formula resa famosa da Silvio Berlusconi, dicono apertamente di fare politica e non storiografia. Il Movimento neoborbonico non è un centro studi, non esprime giudizi storici, non ha per scopo la verità storica ma è un’organizzazione politica che fa propaganda, esprime valutazioni politiche e ha per scopo la conquista di voti. È un passo avanti significativo perché la chiarezza e il riconoscimento sono importanti elementi della vita civile e della democrazia che, all’inverso, risentono della confusione, dell’ambiguità e delle false identità. Da oggi sappiamo che i neoborbonici non ci raccontano come andarono veramente i fatti nel passato ma, tutt’al più, ci forniscono una loro versione di comodo del passato nel tentativo di giustificare la loro esistenza nel presente per affermarsi elettoralmente. Appunto, non storia ma politica»[5].

Ce n’è abbastanza, crediamo, per giustificare la nostra scelta iniziale. D’altra parte, entrambi gli scritti considerati applicano largamente toni e figure retoriche caratteristiche del linguaggio propagandistico e pubblicitario. Tanto Aprile quanto De Crescenzo, infatti, conferiscono alle loro dissertazioni un carattere aggressivo e polemico del tutto immotivato – per giunta, condito da un’ironia alquanto greve – sicuramente incompatibile con un discorso storiografico di natura scientifica. Gli stessi avversari cui di volta in volta indirizzano i loro strali hanno contorni indefiniti: non si capisce se gli autori se la prendano con un generico Nord, con non meglio identificati politici meridionali oppure con altrettanto indistinti accademici.

Francesco II di Borbone

Ciò che importa a entrambi, infatti, non è tanto argomentare, ma suscitare un’intensa eco emotiva in un lettore già predisposto ad ascoltare i contenuti da loro veicolati. Il neoborbonismo quindi – pur richiamandosi ideologicamente, per definizione, all’antico – dimostra tuttavia di saper fare leva con indubbia abilità su dinamiche cognitivo-relazionali in tutto e per tutto contemporanee, caratteristiche dello spazio del web, come quelle che i sociologi della comunicazione hanno definito echo chambers.

Nella rete, per come oggi è strutturata, si creano delle sfere ideologiche abbastanza impermeabili, dove rimbalzano idee tra loro simili che si fanno eco reciprocamente: «Il risultato è un progressivo rafforzamento di tali sfere, sempre più estranee al dissenso e sempre più consolidate nelle proprie convinzioni»[6]. Non c’è spazio, in questa strana forma di balcanizzazione del pensiero, per le logiche rassicuranti del dibattito pubblico, basate sul confronto, sul dissenso, sul dialogo e, in definitiva, sulla partecipazione.

D’altra parte, l’uso di artifici retorici volti a sollecitare l’emozione, e non il ragionamento, di un ipotetico lettore, è presente sin dal titolo della pubblicazione seriale comprendente il saggio di De Crescenzo. «Altre fonti», «altre storie», «altro che “meridionali analfabeti”»: l’iterazione dà più forza all’aggettivo magico «altro».

I sottintesi emergono con chiarezza: vi sarebbero, dunque, risorse inedite di conoscenza che, una volta riportate alla luce, permetterebbero di ricostruire una storia, per l’appunto, altra (e, va da sé, vera) veicolo di riscatto e di orgoglio nel presente.

Da questa impostazione paralogica emerge un corollario alquanto preoccupante: chi non accetta il discorso neoborbonico e rivendicazionista è, perciò stesso, degno di riprovazione civile e morale. È un ascaro, un venduto e peggio.

Scrive infatti De Crescenzo: «Chi nega l’esistenza di questa linea [«prima il Nord», NdR] lo fa solo per coprire le proprie responsabilità storiografico-culturali o dirette e in entrambi i casi si tratta di colpevoli complicità o di omesse denunce»[7].

Noi, però, non essendo stati ancora inseriti in qualche lista di neoattendibili, ci permetteremo ugualmente di esaminare lo scritto del presidente dei neoborbonici, rilevandone i non pochi punti deboli.

«Altre fonti», dunque. Ciò significa, a rigore, fonti inedite.

Ma è davvero così? Quante e quali fonti inedite sono state usate per la redazione del saggio sulla scuola al tempo dei Borbone?

La risposta è: nessuna.

Luigi Settembrini

Nel suo scritto De Crescenzo fa riferimento esclusivamente a fonti indirette (anche ai suoi stessi libri e a quelli di Pino Aprile), facilmente accessibili in biblioteca o sul web, come d’altra parte si può agevolmente riscontrare nella bibliografia del suo saggio. Anche laddove sembra che le note rimandino a una fonte primaria, un confronto con la letteratura compulsata dall’autore permette di capire facilmente che la citazione non presuppone affatto la consultazione diretta della risorsa indicata. Per esempio, nella nota 24 a p. 12 si legge semplicemente: «L’amico delle Scuole popolari, Napoli, 5 luglio 1861». Il riferimento è a una frase di Luigi Settembrini, riportata nel testo, secondo la quale l’istruzione elementare nelle Due Sicilie, più che essere riformata, «doveva essere creata perché non ci è affatto». Sembrerebbe, quindi, che il De Crescenzo riprenda pedissequamente il dettato del periodico del 1861, dopo averlo con tutta evidenza consultato. Ma la stessa identica citazione, filologicamente corretta, si trova in un saggio di Anna Gargano sui maestri e sulla scuola elementare nel Mezzogiorno durante la crisi seguita all’unità[8].

Un caso del tutto analogo si verifica nella nota 19 del testo del presidente dei neoborbonici: «Capitò, tra l’altro, a Pimonte e ad Agerola: cfr. Archivio di Stato di Napoli, fondo Prefettura, fascio 218». Qui si parla di insegnanti destituiti per essersi rifiutati di prestare giuramento al governo di Vittorio Emanuele II o per non aver preso parte al plebiscito del 21 ottobre 1860. Naturalmente la fonte non è la busta 218 del fondo PrefetturaI versamento, per essere precisi – dell’Archivio di Stato di Napoli, ma la nota 102, pagina 123, del ricordato saggio della Gargano, che accenna alla suddetta busta senza, peraltro, confermare le citazioni, presunte testuali, riportate dal De Crescenzo forse non senza una certa inventiva di stampo drammaturgico («si rifiutano di prestare giuramento al nuovo governo», «non avevano partecipato al plebiscito»).

Vittorio Emanuele II

In linea più generale, La scuola al tempo dei Borbone sommerge addirittura il lettore con una mole impressionante di dati quantitativi: più volte vengono declamati con enfasi orgogliosa i numeri delle scuole pubbliche e private e degli scolari maschi e femmine nelle Due Sicilie. Singolare, a questo proposito, è il fatto che De Crescenzo medesimo, all’inizio del suo saggio, invoca e rivendica l’impiego di un «metodo storiografico» basato sulla necessità di allargare l’obiettivo delle analisi «diacronicamente e sincronicamente».

Ciò è tanto più stupefacente in quanto egli stesso non interpreta affatto i dati tratti dalla bibliografia calandoli nel loro contesto storico. Altra è, infatti, la situazione dell’istruzione nel Regno di Napoli in seguito all’espulsione dei Gesuiti, avvenuta nel 1767; altra è quella che si riscontra dopo la fondazione delle scuole normali, a partire dal 1784; altra è quella all’indomani del 1799; altra è quella del Decennio francese; altra è quella della Restaurazione; altra quella posteriore al 1820-1821; altra quella alle soglie del 1848; altra, infine, quella dell’ultimo decennio di vita del Reame borbonico. Il De Crescenzo, al contrario, non tiene in alcun conto le suddette cesure storiche. Addirittura non accenna nemmeno al Decennio francese: eppure fu proprio Giuseppe Napoleone, con decreto del 15 agosto 1806, a stabilire per la prima volta «che tutte le città terre, ville ed ogni altro luogo abitato» del Regno di Napoli fossero obbligati a mantenere un maestro «per insegnare i primi rudimenti, e la dottrina cristiana a’ fanciulli» e una maestra «per fare apprendere, insieme colle necessarie arti donnesche, il leggere, scrivere e la numerica alle fanciulle».

Giuseppe Bonaparte

Forse il fratello di Napoleone I, non essendo un Borbone, non si presta a essere trasformato in un «simbolo di riscatto e di orgoglio»?

È appena il caso di aggiungere che i dati quantitativi, in accordo con la corretta prassi filologica, devono essere sottoposti anch’essi a verifica, pena l’incamminarsi su una strada storiografica sbagliata e fuorviante.

Già vari decenni prima dell’accurato e meritorio lavoro svolto dal gruppo di ricerca nazionale che ha messo capo a un Atlante Storico dell’istruzione maschile e femminile in Italia dall’età delle riforme al 1859, Alfredo Zazo, nel suo volume del 1927 sull’istruzione pubblica e privata nel napoletano, riportò alcuni giudizi di autori contemporanei atti a suscitare più di un ragionevole dubbio sulla fondatezza dei rilievi numerici trionfalmente esibiti dal De Crescenzo. Zazo riferisce, infatti, che Emilio Capomazza, ultimo presidente del Consiglio generale di pubblica istruzione, indirizzò agli intendenti del Regno continentale una circolare, datata 3 ottobre 1855, nella quale non si nascondeva il grave decadimento delle scuole, specialmente di quelle primarie:

«Nel tempo dell’esercizio del mio uffizio, di meno di un anno, ho osservato, che nelle scuole primarie di qua dal Faro mancano in gran parte i mezzi per farle prosperare, e senza provvedere ad essi ogni opera è infruttuosa. […]

Molte delle scuole primarie hanno stanze mal adatte, o eccentriche.

Moltissime si esercitano nelle abitazioni de’ maestri con danno della morale e del costume, dovendo i fanciulli e le fanciulle esser sempre in mezzo a’ familiari, a’ servi, a’ lavoratori di campagna e ad altre meno educate persone.

Da per ogni dove, e forse esclusa la sola Capitale, mancano di oggetti scolastici: non un libro, non un foglio di carta, non un lapis, non un quadretto si dà agli alunni, che quasi tutti sono sforniti di mezzi per provvedersene.

Non poche scuole poi mancano fino degli scanni, e delle tabelle per l’insegnamento del leggere e dello scrivere secondo il metodo normale adottato per tutte.

Che si direbbe poi se si sapesse che moltissimi maestri sono rimunerati peggio di una fantesca, ricevendo soldi meschinissimi, che in taluni luoghi non oltrepassano i ducati 10, o 12, all’anno?»[9].

Alfredo Zazo

Un ulteriore e bizzarro esempio di impiego disinvolto delle fonti, da parte del De Crescenzo, si ha allorché questi addita all’ammirazione del lettore alcuni provvedimenti che, a suo dire, dimostrerebbero da soli l’inconsistenza dei dati relativi alla percentuale di analfabeti al Sud emersi in seguito al primo censimento del Regno d’Italia. Il presidente dei neoborbonici scrive:

«La preparazione dei discenti degli istituti privati fu testata, nel 1847, ad esempio, da 12 Commissioni di Esercitazione Scolastiche che integrarono il lavoro di controllo degli ispettori; controlli erano effettuati anche da alcune commissioni comunali che prevedevano una forte presenza di “padri di famiglia” (le prime forme di coinvolgimento dei genitori nella scuola italiana si registrarono nel 1974 con i famosi “decreti delegati”)»[10].

Nel passo sopra riportato viene applicato un meccanismo caratteristico di tutta la pubblicistica neoborbonica: vale a dire, l’azzeramento della prospettiva temporale in funzione apologetica. In parole povere, l’ideologia del primato, come filtro attraverso cui guardare la realtà del Mezzogiorno preunitario, interviene nella narrazione ad appiattire il passato sul presente e viceversa. Nella fattispecie, la coazione intellettuale e psicologica a trovare a ogni costo elementi di stupefacente modernità e di eccellenza squisita nella storia borbonica induce l’autore ad accostare incautamente un provvedimento di metà Ottocento del Regno delle Due Sicilie e i decreti delegati varati dalla Repubblica italiana nel 1974, dati storici appartenenti ad ambiti temporali completamente diversi e a condizioni sociali e politiche così lontane fra loro da impedire, a priori, qualsiasi confronto.

Ma c’è di più: De Crescenzo non precisa che le «forme di coinvolgimento dei genitori nella scuola» tanto avveniristiche da lui decantate erano effettivamente comprese in una riforma che non venne mai applicata e che nacque in un momento in cui il corso politico del Regno aveva conosciuto un’importante virata in senso costituzionale e liberale. La fonte, stavolta dichiarata, è ancora una volta un saggio di Anna Gargano.

Nel 1848 si diede vita a una Commissione provvisoria incaricata di approntare un progetto di riforma globale dell’istruzione pubblica. Per quel che riguarda in particolare l’insegnamento privato, si previde che a livello comunale l’operato dei maestri, tanto pubblici che privati, sarebbe stato vagliato dalle Commissioni comunali sopra ricordate, composte principalmente da «padri di famiglia». Il ruolo di queste commissioni avrebbe integrato l’azione svolta dagli ispettori distrettuali, «occhio dello Stato», che sarebbero stati scelti fra gli ex maestri. In un sistema così concepito, non ci sarebbero più stati i margini necessari per tollerare l’autonoma iniziativa delle forze di polizia nelle operazioni di apertura o di chiusura delle scuole private. Terminata la stagione «liberale» dopo i fatti del 15 maggio 1848, come era facile prevedere, il progetto venne accantonato. A tale proposito, Anna Gargano commenta impietosamente: «La fine della breve parentesi costituzionale determinò il naufragio dell’ennesima buona riforma, e la conseguente affermazione di un governo fatto di repressione e bigottismo»[11].

Il saggio Le scuole al tempo dei Borbone potrebbe prestarsi ad altri rilievi di metodo e di merito: ma si tratterebbe di un esercizio ozioso. È necessario invece ribadire che questo tipo di contributi – a dispetto delle apparenze e forse delle stesse intenzioni degli autori – ha finalità propagandistiche, non storiografiche, e che la sua efficacia deve essere valutata in questi termini. Il paludamento parascientifico di questi scritti serve solo a conferire autorevolezza al soggetto che li elabora. Siamo di fronte a un meccanismo descritto molto bene dagli psicologi sociali, che di solito l’hanno analizzato in campi come quello della pubblicità.

La saggistica neoborbonica si mostra innanzitutto ben consapevole del target, ovvero della «fascia di mercato», cui può rivolgersi con successo: essa coincide solo in parte con quella porzione di simpatizzanti che si dimostrano poco interessati all’approfondimento e si accontentano di far proprie le tematiche «sudiste» declinandole per mezzo di semplici slogan.

Nicoletta Cavazza

Generalmente la paraletteratura neoborbonica si indirizza a un pubblico diverso: di cultura media, non specialistica, in grado di capire le coordinate storiche del discorso, ma non di verificarne e, magari, contestarne assunti e conclusioni. Presso questi fruitori gli interpreti del messaggio neoborbonico accreditano se stessi come fonti autorevoli, facendo riferimento a due componenti, così individuate da Nicoletta Cavazza, docente di Psicologia sociale e di Psicologia della persuasione presso l’Università di Modena e Reggio Emilia: «La percezione del suo [della fonte, NdR] livello di conoscenze specifiche su un dato argomento (livello di expertise) e il suo grado di affidabilità, vale a dire quanto percepiamo che essa sostenga effettivamente la verità (livello di trustworthiness[12]. Va da sé che la medesima fonte può godere di grande autorevolezza presso un dato gruppo sociale e di nessuna autorevolezza presso un altro gruppo.

Venendo al nostro caso, il fatto che l’ambiente definito con grossolana approssimazione accademico non sia disposto a riconoscere la fondatezza della narrazione dei neoborbonici non rappresenta per questi ultimi un problema. Anzi: ciò, semmai, costituisce per i simpatizzanti una riprova del loro essere controcorrente, anticonformisti, fuori dai giri di potere. Tutto questo poi si traduce, presso lo stesso pubblico, in una crescita esponenziale di credibilità: i neoborbonici sono coloro i quali raccontano, attraverso altre fonti, un’altra storia, mistificata, travisata o addirittura celata dalla cultura ufficiale. Qui la strategia neosudista gioca la carta della untold history, tipica di certo revisionismo: «non ci hanno mai detto che», «ci hanno nascosto che», «non sapevamo che».

[Avviso ai lettori: l’articolo che avete appena letto è la prima parte della relazione Analisi di alcuni testi della propaganda neoborbonica, tenuta da Lorenzo Terzi durante InVito alla Storia, la terza conferenza nazionale dell’Aiph (Associazione italiana di public history), svoltasi a Santa Maria Capua Vetere dal 24 al 28 giugno 2019]


[1] G. De Crescenzo, Le scuole al tempo dei Borbone: altro che “meridionali analfabeti” (nuove fonti per lo smantellamento di un altro luogo comune), Quaderni per la verità storica: altre fonti, altre storie. Analisi, spunti e integrazioni didattiche per lo studio dell’unificazione italiana e della questione meridionale, 2/2018: https://www.academia.edu/37195100/Le_scuole_al_tempo_dei_Borbone_altro_che_meridionali_analfabeti_nuove_fonti_per_lo_smantellamento_di_un_altro_luogo_comune_._QUADERNI_PER_LA_VERIT%C3%80_STORICA_ALTRE_FONTI_ALTRE_STORIE_n._2_.

[2] P. Aprile, Carnefici. Fu genocidio: centinaia di migliaia di italiani del Sud uccisi, incarcerati, deportati, torturati, derubati. Ecco le prove, Milano, Piemme, 2016.

[3] https://www.facebook.com/FondazioneIlGiglio/videos/1291169367699597 al minuto 26.

[4] A. Agrippa, La carica dei neoborbonici. «Nostre liste alle Regionali. Ci vorrebbe uno come Zaia», in «Corriere del Mezzogiorno», 6 giugno 2019, p. 2.

[5] G. Desiderio, Fine dell’equivoco «neoborbonico», in «Corriere del Mezzogiorno», 7 giugno 2019, p. 2.

[6] A. M. Lorusso, Postverità. Fra reality tv, social media e storytelling, Bari-Roma, Laterza, 2018, p. 83 dell’edizione in formato e-book.

[7] G. De Crescenzo, Le scuole… cit., p. 4.

[8] A. Gargano, Maestri e scuola elementare nel Mezzogiorno durante la crisi dell’unificazione, in «Archivio storico per le province napoletane», CXXX (2012), p, 95, nota 31.

[9] Collezione delle leggi, de’ decreti e di altri atti riguardanti la pubblica istruzione promulgati nel già Reame di Napoli dall’anno 1806 in poi, III, Dal 1849 al 1861, Napoli, Stamperia e cartiere del Fibreno, 1863 (rist. anast. Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo, 2014), p. 255, parzialmente citato in A. Zazo, L’istruzione pubblica e privata nel napoletano (1767-1860), Città di Castello, Il Solco, 1927, pp. 267-268.

[10] G. De Crescenzo, Le scuole… cit., p. 7.

[11] A. Gargano, Regolamentazione e diffusione delle scuole private nel Regno di Napoli tra il XVIII e il XIX secolo, in «Archivio storico per le province napoletane», CXXVIII (2010), pp. 161-162.

[12] N. Cavazza, Comunicazione e persuasione, Bologna, Il Mulino, 2017, p. 37 dell’edizione in formato e-book.

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