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Gas italiani, tutte le bufale di Angelo Del Boca

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Il giornalista piemontese, capofila di una certa letteratura anti italiana di moda negli scorsi anni, sostiene che l’Esercito italiano ebbe comportamenti border line durante la guerra d’Etiopia. Ma la sua ricostruzione risulta imprecisa, faziosa e poco veritiera. Ecco le prove…

Il cavallo di battaglia del giornalista e pubblicista Angelo Del Boca è una polemica, durata mezzo secolo, contro l’impiego di aggressivi chimici condotto dall’esercito italiano nella guerra d’Etiopia.

Questi ha cercato di rivendicare una sua primogenitura nell’avere scritto del loro utilizzo, facendo promozione di sé stesso. Esemplare in proposito è una lunga divagazione pro domo sua, inserita in quello che dovrebbe essere un libro di  storia,in cui Angelo Del Boca parla a lungo di Angelo Del Boca, sostiene che ciò che definisce segreto delle armi chimiche sarebbe durato quasi ottant’anni (il libretto in cui dice questo è stato pubblicato nel 1996, la guerra d’Etiopia si è svolta nel 1936: come avrebbe fatto, anche a prendere per buone le affermazioni di Del Boca, a durare ottanta anni?) e che egli avrebbe combattuto una personale guerra culturale contro legioni di avversari, fra cui «la stampa fascista e della lobby colonialista» ovvero presunti «fogli fascisti e nostalgici».

Angelo Del Boca

È quantomeno sorprendente che Del Boca, giornalista ed inviato speciale di testate nazionali con convinzioni politiche dichiaratamente di sinistra, lamenti d’essere stato contestato da … piccole e deboli testate di reduci (sic!) oppure da presunte «istituzioni dello Stato» (che sono lasciate innominate …). 

[Angelo Del Boca, Una lunga battaglia per la verità, in Angelo Del Boca (a cura di), I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Roma 1996, Editori Riuniti, pp. 17-24, citazioni a p. 21, 22 e 24. La Editori Riuniti era la casa editrice del vecchio Pci].

Dal 1945 al 1996, quindi per tutto il periodo in cui lo scrittore piemontese si presenta come impegnato in una supposta lotta eroica per la verità storica, i fascisti hanno avuto un consenso politico pari a circa il 5 % dell’elettorato e sono stati parimenti del tutto marginali, se non emarginati, nel giornalismo e nell’editoria, per non parlare delle istituzioni politiche. È noto che per lunghi decenni nelle cattedre di storia contemporanea dell’università si era imposta una egemonia (nel senso gramsciano) marxista e che nel giornalismo è accaduto lo stesso, come ha riconosciuto per iscritto uno storico di sinistra ed antifascista quale Nicola Tranfaglia in un suo saggio sul giornalismo italiano.

La copertina del saggio di Angelo Del Boca

[Paolo MurialdiNicola Tranfaglia, I quotidiani negli ultimi vent’anni. Crisi, sviluppo e concentrazione, in Valerio CastronovoNicola Tranfaglia (a cura di), La stampa italiana nell’età della TV 1975-1994, Roma-Bari 1994, pp. 7-55].

Pertanto, se (si ripete: se) di contrasto si può parlare, allora vi è stato fra una sparuta ed emarginata cerchia di fascisti ed un apparato politico, editoriale e mediatico apertamente ed accesamente antifascista, di cui Angelo Del Boca era parte e da cui era appoggiato, come dimostra l’attenzione che gli è stata concessa da giornali nazionali, televisioni, uomini politici etc.

Inoltre la “scoperta” dell’uso italiano di armi chimiche in Etiopia non spetta a questo giornalista, poiché se ne era parlato già prima di lui ed era stato un fatto conosciuto ed ammesso già durante il fascismo.

[Si veda quanto riporta lo storico ed archeologo Pierluigi Romeo di Colloredo Mels, I “crimini di guerra” in Etiopia: la verità oltre la faziosità anti-italiana (2)

L’aspetto notevole del libro I gas di Mussolini curato da Del Boca – e che nelle sue intenzioni dovrebbe essere la conferma finale delle sue ipotesi – è che gli articoli degli storici che hanno collaborato alla sua stesura contraddicono quanto sostiene Del Boca stesso, che pure è il curatore del volume. È importante, ad esempio, quanto scrive Roberto Gentilli in La storiografia aereonautica e il problema dei gas [in Angelo Del Boca (a cura di), I gas di Mussolini, cit., pp. 133-144]: «La documentazione dei dati peraltro è opera facilissima, perché […] i dati sono assolutamente completi e perfettamente accessibili presso l’Ufficio storico dell’aereonautica militare». Riguardo all’uso dei gas, la documentazione archivistica, abbondantissima, completa e dettagliata, riporta data, luogo, squadriglia, numero di bombe sganciate. I documenti sono veramente numerosi, consistendo non solo nei vari Diari storici dell’aviazione, ma anche in relazioni, rapporti, carteggi, talora appunti manoscritti etc. [p. 136].

Soldati italiani in Etiopia

Insomma, la documentazione sull’impiego degli aggressivi chimici è copiosa ed accessibile: dove sarebbero gli ostacoli supposti alla ricerca storica su questo argomento? Gentilli scrive inoltre: «L’atteggiamento dell’Aeronautica militare sulla questione è quindi chiaro: nessuna censura e nessuna riserva» [p. 138].

Prosegue Gentilli, «per la piccola corporazione degli storici di aeronautica, la questione dell’uso dei gas in Etiopia è scontata e quasi irrilevante» [Op. cit.]

Si confrontino tali limpide e serafiche affermazioni di questo storico con le lunghe lamentele di Del Boca, che occupano addirittura un intero capitolo [Angelo Del Boca, Una lunga battaglia per la verità, cit., pp. 17-47] sulle supposte censure, rimozioni ed omissioni.

Artiglieri italiani in battaglia durante la guerra d’Etiopia

Altrettanto significativo è ciò che scrive Giorgio Rochat, storico risolutamente antifascista, nel medesimo volume [Giorgio Rochat, L’impiego dei gas nella guerra d’Etiopia. 1935-1936, in Angelo Del Boca (a cura di), I gas di Mussolini, cit., pp. 49-88].

Egli riconosce che «l’impiego dei gas nella guerra d’Etiopia era di dominio pubblico» già negli anni ’30, tanto che egli si chiede perché la relazione del Deuxième Bureau del 1939, con cui il servizio segreto francese analizza la campagna italiana in Etiopia, non ne faccia menzione. Evidentemente l’uso degli aggressivi chimici era stato tanto trascurabile per dimensioni ed importanza bellica da non meritare neppure un cenno da parte degli analisti militari dell’esercito francese. La notizia dell’utilizzo di gas nella guerra d’Abissinia era comunque così conosciuta da finire nel 1947-1948 su di una rivista popolare, all’epoca diffusissima, come Oggi, senza provocare reazioni. [Ibidem, pp. 79-81].

Il negus Hailé Selassié

In breve, l’uso d’iprite da parte italiana nella guerra d’Etiopia è bene conosciuto e tranquillamente ammesso e da prima ancora che Del Boca se ne occupasse.

È vero che le armi chimiche erano proibite dalle convenzioni internazionali e che furono adoperate dall’esercito italiano, ma è altrettanto vero che erano vietate dalle medesime norme anche le pallottole ad espansione (le dum dum) e che esse furono impiegate invece dalle truppe etiopiche.

[La proibizione dell’impiego di pallottole ad espansione è anteriore a quella delle armi chimiche e risale sino al 1899 ed alla cosiddetta Hague Declaration [In questo link il testo integrale]

Angelo Del Boca si sofferma per pagine e pagine sulle armi chimiche usate dall’Esercito italiano, commentandone l’impiego con frasi retoriche cariche di emotività ed atte a suggestionare il lettore e sottolineando che il loro utilizzo era proibito dalle convenzioni internazionali. Ad esempio, in Gli italiani in Africa orientale (vol. II. La conquista dell’impero), riserva un intero capitolo (La guerra chimica) all’uso di gas e ne parla praticamente in tutto il libro, ossessivamente, aggiungendovi commenti reboanti quali «vergogna nazionale», «peggior crimine del regime» ed altre espressioni romanzesche. Del Boca, solito esprimere giudizi politici ed ideologici sulle vicende storiche, infrange così un principio cardinale della storiografia, che impone la sua rigorosa separazione dalla politica ed in generale dalla soggettività, come già avevano autorevolmente e definitivamente insegnato, fra gli altri, Leopold von Ranke e Max Weber.

Ascari eritrei dell’Esercito italiano

Però questo giornalista, amico del negus Hailé Selassié, tace quasi del tutto sull’uso etiopico di pallottole ad espansione. In tutto il volume sopra citato egli le nomina soltanto due volte ed entrambe fuggevolmente, limitandosi in tutto a poche righe. Del Boca tenta addirittura di ridimensionarne al massimo l’utilizzo, in realtà frequente, dicendo che alcune accuse su loro impiego erano un falso della propaganda italiana, che le pallottole non erano dum dum ma di piombo dolce, che altre che effettivamente erano ad espansione risultavano però di proprietà personale dei soldati e che furono adoperate «in modeste quantità» …  Questo giornalista, che accenna appena all’utilizzo etiopico di tale armamento vietato dalle convenzioni internazionali, esattamente come le armi chimiche, spende poi la maggioranza del pochissimo spazio che gli concede per tentare di ridurne al minimo l’utilizzo.

Ma tutto questo risulta erroneo. Le pallottole ad espansione furono usate massicciamente dagli etiopi e non erano soltanto od in prevalenza di proprietà dei singoli soldati. Furono difatti ritrovate fra le armi degli africani grandi quantità di munizioni illegali e proibite fabbricate dalla Société francoise des munitions e dalle inglesi Kynoch Witton Limited ed Eley brothers Itd, alcune inserite nel nastro di mitragliatrici Vickers Armstrong: quindi non si trattava di proiettili modificati dai soldati abissini ed in uso per la caccia! Per di più, le pallottole di piombo dolce che Del Boca spaccia come differenti da quelle ad espansione sono invece semplicemente una delle diverse tipologie di fabbricazioni, dunque proibite anch’esse.

Nicola Tranfaglia

[Pierluigi Romeo Di Colloredo Mels, I pilastri del romano impero: Le camicie nere in Africa Orientale 1936-1936 (Italia Storica Ebook Vol. 46) Formato Kindle, p. 34].

Mentre cerca di ridurre al minimo l’uso di armi proibite da parte abissina e praticamente lo fa sparire nella sua narrazione, Del Boca invece riporta, con dovizia di particolari, notizie di attacchi italiani con armi chimiche che invece non sono mai avvenuti: sono i casi delle battaglie di passo Uarieu e di quella di Mai Ceu. Il già citato Gentilli, avvalendosi della foltissima ed accurata documentazione esistente, ha potuto fornire un elenco completo di tutti i bombardamenti con armi chimiche nella guerra d’Etiopia, sia al fronte nord, sia al fronte sud. Ebbene, questi elenchi esaustivi escludono che siano avvenuti attacchi con armi chimiche sia al passo Uarieu propriamente detto sia alla battaglia di Mai Ceu e sul lago Ascianghi il giorno dopo. [Gentili, La storiografia aereonautica, pp. 139-140] Eppure questi due episodi fantomatici diventano nella penna di Del Boca così ampi da occupare ciascuno un capitoletto, rispettivamente La guerra chimica ed Il massacro del lago Ascianghi. Non furono condotti bombardamenti all’iprite su passo Uarieu, ma soltanto nelle retrovie dell’esercito etiopico (ai guadi di Ghevà, per ostacolare l’afflusso di rinforzi), mentre non risultano assolutamente azioni con gas a Mai Ceu o sul lago Ascianghi.

[Secondo di Colloredo Mels, I pilastri del romano impero, op. cit, che sviluppa un’accurata analisi della battaglia del passo, è dubbio persino che sia stato usato iprite sul Ghevà. È invece incontestabile che a Mai Ceu e sull’Ascianghi le armi chimiche non furono utilizzate, come riconosce Gentili, La storiografia aereonautica, p. 180, nota 40. Questi fa notare che i Diari storici dell’aeronautica, estremamente accurati ed analitici, ricchissimi di documentazione, non riportano il minimo caso di loro impiego, nonostante lo segnalino tranquillamente in decine di altri casi. Gentilli lascia quindi capire che le fonti abissine, le uniche che menzionino l’uso di aggressivi chimici in questa battaglia e nel successivo inseguimento, sono false.]

il sottosegretario fascista agli Esteri Fulvio Suvich

Esemplare del modus operandi di Del Boca è il modo con cui egli presenta il massacro del cantiere Gondrand, in cui militari etiopici uccisero civili italiani. Egli riferisce, senza contraddirla, l’opinione interessata del capo militare che aveva ordinato l’aggressione, ras Immirù, secondo cui questo eccidio di civili sarebbe stato un «atto legittimo di guerra» (sic!). Con buona pace di Immirù e di Del Boca, l’atto fu secondo le leggi di guerra vigenti un crimine e non atto legittimo, poiché non era consentito dalle convenzioni internazionali aggredire ed uccidere intenzionalmente civili.

Non basta ancora. Il giornalista omette nella sua narrazione una descrizione esatta e completa dell’accaduto. Eppure avrebbe dovuto sapere che: 1) i morti furono 68 italiani e 17 eritrei. L’eccidio di lavoratori eritrei per mano degli etiopici sparisce nel testo di Del Boca, che parla solo di italiani. 2) l’impiego di pallottole esplosive da parte dei militari abissini, documentato da fotografie: come si è già detto e qui si ribadisce, l’uso massiccio di questo munizionamento proibito da parte dell’esercito imperiale di Selassiè praticamente svanisce nelle pagine di Del Boca; 3) le torture e mutilazioni inflitte dagli uomini del buon ras Immirù ai prigionieri, anch’esso documentato da fotografie e testimoni, con organi genitali tagliati o strappati, gli occhi cavali, le mani tagliate, lo sventramento. È superfluo precisare che queste sevizie erano proibite dalle leggi internazionali.

In compenso a queste assenze nel suo testo, Del Boca si cura d’accusare di speculazione la «propaganda fascista», come la denuncia presentata il 9 marzo 1936 dal segretario generale del Ministero degli Esteri Fulvio Suvich alla Società delle Nazioni, che questo autore menziona appena in mezza frase. È notevole che, quando il giornalista riferisce di analoghe denunce alla Società delle Nazioni, ma questa volta da parte degli etiopici, esse siano riportate con lunghe citazioni e senza che siano accusate di essere propagandistiche.

Riassumendo, Angelo Del Boca nella sua trattazione si sofferma quasi esclusivamente sulle violazioni delle leggi di guerra da parte italiana, escludendo pressoché del tutte quelle da parte etiopica. Sull’uso di armi chimiche dell’esercito fascista si dilunga e prolunga e giunge ad ingigantirne l’impiego riportando episodi mai avvenuti. Sull’impiego di pallottole dum dum delle armate imperiali abissine egli tace quasi del tutto, così come sulla prassi bellica etiopica di uccidere e torturare i prigionieri, riportando addirittura le propagandistiche giustificazioni addotte dagli etiopi stessi. È il classico caso dei due pesi e due misure.

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