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Inferno senza redenzione, il carcere visto da un ergastolano

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Pasquale De Feo racconta il tunnel del 41bis nel suo Le Cayenne italiane, un’antologia di testimonianze sulla detenzione di massima sicurezza

Carcere di massima sicurezza

Da camorrista ad assassino. Quindi detenuto in regime di massima sicurezza e condannato all’ergastolo ostativo.

Ma anche attivista per i diritti civili dei detenuti, autodidatta dalla penna facile, lettore onnivoro folgorato da Nietzsche e blogger prolificissimo.

Nonostante alcuni aspetti assai controversi della sua esistenza, Pasquale De Feo è una delle voci più significative, cariche di contenuti (e di umanità) dell’universo carcerario. È una specie di ripetitore di Radio Carcere, che rilancia all’esterno il malessere e i disagi della detenzione.

La copertina di Le Cayenne Italiane

E proprio il fatto che non sia (o non sia stato) uno stinco di santo lo rende più credibile: arrestato giovanissimo per l’omicidio plateale del rivale Giovanni Pecoraro, commesso durante una processione, De Feo, a dispetto anche di altre denunce ricevute, ha tentato un percorso di redenzione attraverso la lettura e la scrittura, che per molti detenuti sono un percorso di rinascita interiore.

Uno dei risultati di questo percorso è Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41bis, un’antologia di scritti curata dallo stesso De Feo ed edita nel 2016 dalla romana Sensibili alle Foglie, una cooperativa editoriale ispirata non poco dal carisma dell’ex leader brigatista Renato Curcio.

L’ex leader brigatista Renato Curcio

Perché parlare di un libro vecchio di due anni dedicato a un argomento, il carcere di massima sicurezza, su cui il dibattito è in continua evoluzione?

La prima risposta è banale: perché l’argomento vero di questo volume non invecchia: ci si riferiamo soprattutto alle accuse sulle torture che sarebbero state praticate nelle due ex supercarceri di sicurezza di cui si parla nel libro.

Fantasie di carcerati? Proprio no. A voler essere critici o scettici, si potrebbe discutere della misura delle testimonianze antologizzate da De Feo, non della loro credibilità intrinseca. Che c’è, perché queste accuse sono state prese sul serio da una parte, la più rappresentativa, della classe politica sensibile alle tematiche dei diritti civili, in particolare i radicali Tiziana Maiolo e Marco Taradash e il loro leader, l’indimenticabile Marco Pannella. Ma la politica, che iniziò allora a incamminarsi sulla china del discredito inaugurata da Tangentopoli, fu solo una parte, perché le accuse dei carcerati furono prese sul serio anche da magistrati serissimi, come Rinaldo Merani, che scrisse nel settembre ’92 una relazione severissima su Pianosa nella sua qualità di giudice di sorveglianza del Tribunale di Livorno.

Marco Pannella

Queste accuse, infine, sono approdate anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha condannato l’Italia.

Ma chi sarebbero stati i torturatori dei due supercarceri di massima sicurezza di cui qualcuno oggi invoca la riapertura? Sotto accusa (soprattutto mediatica) le pratiche attribuite agli agenti del Gom (Gruppo operativo mobile), il corpo speciale della Polizia penitenziaria, che operarono tra il ’92 e il ’97 nelle sezioni Agrippa di Pianosa e Fornelli dell’Asinara, destinate ai detenuti in regime di 41bs.

L’Isola di Pianosa

Ed ecco un altro argomento che non invecchia: l’emergenza terribile di quegli anni, in cui lo Stato passò al contrattacco della criminalità organizzata in seguito ai terribili attentati del ’92-’93. La tortura sarebbe stata la risposta alle sfide della mafia o, secondo alcune tesi dietrologiche (che sembrano trovare molto credito tra i detenuti pensanti e gli ambienti radicali), di apparati deviati dello Stato in combutta con la criminalità?

Difficile da credere. Certo, le accuse restano agghiaccianti e se fossero provate nella loro globalità getterebbero più di una macchia di fango sulle pratiche antimafia di quegli anni: percosse continue e pressioni psicologiche, esercizio fisico obbligatorio, anche per soggetti inidonei, denutrizione coatta, limitazioni del sonno, eccessi nel ricorso all’isolamento diurno e, soprattutto, detenzioni improprie, come nel caso di Rosario Indelicato, poi risultato del tutto innocente (e autore di alcune testimonianze riportate in questo volume).

Ci scusiamo per l’estrema sintesi e per aver omesso i dettagli di queste pratiche.

Il supercarcere dell’Asinara

Ma il punto è che in questi casi non miriamo al sensazionalismo: chi vuole può approfondire come gli pare grazie alla sovrabbondanza di materiale, a partire dal catalogo editoriale di Sensibili alle Foglie.

Piuttosto, vogliamo riflettere e far riflettere. Perché è vero – ci dicono De Feo, Indelicato, Pannella, e il giudice Merani – che certe pratiche sono indegne di un paese civile. Ma è altrettanto vero che un paese civile è anche un paese pensante e che per pensare occorre cercare l’imparzialità.

Di sicuro la voce di De Feo è un salutare richiamo alla realtà in un Paese come il nostro, dove l’antimafia è diventata spesso un business e un trampolino di lancio per carriere. In particolare, questa voce ha il merito di ricordare che esistono dei valori costituzionali anche riguardo all’applicazione delle pene e che un detenuto, a prescindere dalla gravità dei delitti per cui è condannato o semplicemente indiziato, è un cittadino come tutti gli altri.

Ma da qui a mettere in discussione strumenti giuridici importanti come la detenzione di massima sicurezza ne corre. Infatti, una cosa è dire che si è ecceduto nell’applicazione di strumenti coercitivi pesanti, un’altra è mettere in discussione questi strumenti. Detto con una domanda: siamo proprio sicuri che le distorsioni e gli abusi nella carcerazione di massima sicurezza siano un argomento contro il 41bis?

Proprio no. E questa domanda porta con sé una riflessione su un altro leit motiv del libro curato da De Feo che riguarda il concetto di emergenza: quasi tutti gli autori dei contributi esprimono la convinzione che la strategia stragista di Cosa Nostra sarebbe stata una versione aggiornata della strategia della tensione in cui il ruolo eversivo sarebbe passato dai terroristi alle coppole per agevolare trasformazioni politiche, in questo caso il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Ora, le emergenze o ci sono o non ci sono. E, soprattutto, sono tali per i loro risultati e il loro impatto sulla vita collettiva. Da questo punto di vista è chiaro che i fatti orribili dei primi anni ’90, a partire dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, furono emergenze. Ed è pure chiaro che lo Stato le affrontò con il ricorso a leggi di emergenza che tuttavia era impreparato ad applicare. Certo, l’impreparazione non giustifica gli abusi, ma li rende comprensibili, allo stesso modo in cui molte argomentazioni sociologizzanti sul degrado e sul disagio sociale spiegano molti fenomeni criminali ma non li giustificano.

Per capire quanto e come abbiano funzionato gli articoli 416bis del codice penale e il famigerato 41bis occorre fare il paragone tra il prima, cioè le condizioni detentive giudicate di eccessivo favore di cui godevano i boss fino a tutti gli anni ’80, e il dopo, quando queste condizioni non ci sono state più e il contrasto al fenomeno mafioso ha acquistato in efficacia, come testimonia l’aumento delle condanne definitive.

In quest’ottica il problema si sposta di non poco e tocca il rapporto tra garanzie civili e sicurezza, su cui l’Italia, dopo 26 anni di sperimentazione si trova all’avanguardia, al punto da poter dare lezioni, tra l’altro richiestissime, ad altri Paesi che affrontano le emergenze della criminalità organizzata. Non è facile trovare il giusto equilibrio tra la doverosa assicurazione dei diritti civili e la tutela della sicurezza, che è anch’essa un diritto. E gli sforzi – anche quelli maldestri e strumentali – dei legislatori italiani dell’ultimo quarto di secolo si sono rivolti alla ricerca di questo equilibrio.

Altre tesi del libro sono decisamente da respingere. In primo luogo quella secondo la quale la combine tra 416bis e 41bis sarebbe l’espressione legale di un pregiudizio antimeridionale. Queste argomentazioni, tra l’altro pericolose perché riprendono e amplificano le tesi di alcune correnti revisioniste, meritano un approfondimento a parte. Qui ci limitiamo a osservare che le due norme sono state applicate con successo anche a realtà e soggetti non meridionali (la banda della Magliana oppure altre associazioni fuori dal tradizionale circuito mafioso e non necessariamente italiane), segno che il modello criminale mafioso ha perso le sue originarie caratteristiche etniche per diventare uno schema astratto di comportamento criminale a cui gli articoli presunti antimeridionali si adattano benissimo.

Al netto di queste osservazioni, importanti per chi ama prendere parte a certi dibattiti senza atteggiamenti da tifoso, Le Cayenne italiane è un manifesto importante che documenta un periodo tragico e confuso della storia italiana attraverso le voci di alcuni carnefici (a volte solo presunti) poi diventati vittime.

Ecco, un Paese civile deve dare voce a tutti anche a chi subisce determinati trattamenti, in molti casi magari meritati. E un Paese civile deve saper trarre profitto dalle lamentele di tutti, anche di chi in teoria non avrebbe titolo a dolersi, per migliorare le condizioni di tutti. In questo senso, Le Cayenne italiane è un valido contributo, da leggere con attenzione e da maneggiare con cautela.

Per saperne di più:

I terroni contro l’antimafia

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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