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The Speaking Machine, un futuro claustrofobico a misura di teatro

La Compagnia Ragli mette in scena a Cosenza un soggetto distopico di Victoria Szpunberg, pieno di richiami a Kafka e K. Dick

Secondo appuntamento della stagione teatrale 2019 More Focus Residence organizzata da Scena Verticale.

The Speaking Machine, giorni in cui non sembreremo umani, ma ancora sapremo come essere tristi è il titolo dello spettacolo rappresentato lo scorso 22 novembre presso il Cinema Teatro Italia-Tieri di Cosenza.

La Compagnia Ragli mette in scena lo scritto di Victoria Szpunberg, con la regia di Rosario Mastrota e l’interpretazione degli attori Dalila Cozzolino, Antonio Monsellato e Maurizio Aloisio Rippa.

Il dialogo grottesco tra Bruno e Valeria, la dona macchina

«Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri», rifletteva Cesare Pavese a proposito della rappresentazione di un futuro incerto in cui, seppur in maniera meno umana, si soffrirà ancora a causa del proprio isolamento.

Macchine e sentimenti in teoria non posso convivere, ma in un futuro esasperante si cercherà di fonderli con risultati catastrofici.

La fede cieca nei falsi miti del progresso tecnologico può ritorcersi contro i rapporti umani e generare inquietanti blackout.

La trama dello spettacolo si svolge in tre parti, ciascuna delle quali racconta un personaggio afflitto da una propria tristezza esistenziale. Un circolo vizioso della depressione da cui uscire è quasi impossibile.

La donna macchina confida a un immaginario Franz Kafka il suo desiderio più grande: poter essere libera di sfuggire alla sua vita. Usa una lucida ironia per rapportarsi con gli altri due personaggi della storia, per sottrarsi all’egoismo altrui e per la paura di esporre i propri sentimenti e mostrarsi, quindi, nuda e debole.

L’uomo, Bruno, aspira alla carica di Presidente Provinciale. È sicuro possa essere l’unica ricompensa al duro lavoro svolto nel suo ufficio. Ma la sua è un’effimera speranza: i tanti sacrifici non valgono a nulla, perché la promessa di carriera è un inganno del datore di lavoro che intende solo sfruttalo a più non posso. La vicinanza della donna macchina e di un animale da compagnia, preso per soddisfare ogni suo piacere, non riescono a placare la sua inquietudine.

Un monologo di Valeria

Il terzo personaggio, il cane da compagnia, è costretto a vivere in finzione perenne per assicurarsi un tetto sopra la testa. E nonostante la connessione che si instaura con Valeria, la donna macchina, continua ad essere un’entità isolata. Anche lui cercherà di trovare una via di fuga, ma la domanda è: esiste in un tale mondo una scappatoia?

Infine le telefonate della madre di Bruno trasmettono ulteriore ansia nel figlio, il quale non ricambia il suo gesto di affetto. 

In un mondo dominato dalla tecnologia ogni bisogno dovrebbe essere appagato con relativa facilità. Ma quando entrano in gioco i rapporti umani, la tecnologia non può molto. Anzi, molto spesso è causa di isolamento e alimenta la dimensione irrisolta della quotidianità.

Valeria potrebbe essere accostata ai replicanti raccontati da Philip K. Dick, in Ma gli androidi sognano pecore elettriche?. Anche lei, come loro, cerca di ribellarsi alla volontà di Bruno. L’obbligo di ripetere le solite frasi di incoraggiamento e il suo oroscopo dei pesci la fa impazzire. In un primo momento con una sottile ironia e in seguito attraverso lo smembramento dei castelli in aria che l’uomo aveva alimentato anche grazie a lei stessa. Vedere la sua situazione proiettata nel cane da piacere riesce a scuoterla e a farle prendere coscienza della realtà creatasi tra le quattro mura della casa di Bruno.

I tre attori in scena

Il pezzo finale di Adriano Celentano, Soli, ribadisce per contrasto la visione romantica della solitudine.

L’interpretazione degli attori, e in particolare di Dalila Cozzolino, esalta un messaggio forte e importante: la ricerca di attenzione nei rapporti umani. Andare nel profondo e mettere in guardia le presenti generazioni ma anche quelle future non è semplice. Mastrota dà una chiave interpretativa agli spettatori: punta la luce sui monologhi, seppur brevi, di Valeria. La sua sofferenza per l’impossibilità di realizzare i suoi sogni ci permette di immedesimarci, perché, in fin dei conti la sua realtà non è troppo distante dalla quotidianità di molti. Un’amara riflessione per costruire un futuro stavolta meno incerto.

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