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Le monete prima dell’Unità. Il Sud più ricco? Proprio no…

A dispetto del tormentone revisionista, non è affatto vero che nel Sud borbonico circolassero i due terzi dei quattrini della Penisola. Questi calcoli, divulgati dal grande meridionalista Nitti, si rivelarono errati e furono contestati da subito. Mito e realtà di una leggenda ancora dura a morire

Circola con frequenza in una divulgazione nostalgica, allo stesso tempo discutibile e ideologicamente orientata, il prospetto statistico offerto da Francesco Saverio Nitti sulla circolazione monetaria negli Stati preunitari, che egli riportò in alcune sue opere. Secondo questo politico ed intellettuale, le monete degli antichi Stati italiani nel 1861, al momento dell’unificazione, sarebbero ammontate a 686 milioni di lire, circolanti per lo più nel Mezzogiorno, che all’interno dei suoi confini avrebbe avuto monete per il valore complessivo di 443,2 milioni di lire, quindi i due terzi del totale supposto.

Francesco Saverio Nitti

[Si veda F. S. Nitti, Nord e sud. Prime linee di una inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese dello stato in Italia, Torino 1900, p. 136. Nitti concluse: «La più grande ricchezza monetaria era dunque nel regno di Napoli: 65,7% del totale»].

Le cifre proposte da questo meridionalista erano state ricavate per sua ammissione dai calcoli effettuati sulle monete che erano state via via ritirate dalla circolazione dopo la nascita del Regno d’Italia. 

Infatti, la nascita del nuovo Stato non comportò l’immediata unificazione monetaria e la scomparsa delle moltissime valute preesistenti. Basti dire che circolavano all’atto dell’unificazione qualcosa come 286 valute metalliche differenti, fra quelle di Stati italiani preunitari appena scomparsi, di vecchi Stati svaniti da decenni (principalmente dell’epoca napoleonica, ma anche settecenteschi o persino più antichi) e di paesi esteri. L’unificazione monetaria fu giocoforza graduale: ad esempio, ancora agli inizi del 1862, a quasi un anno di distanza dalla proclamazione del Regno d’Italia, la moneta d’oro non aveva corso legale né in Toscana, né nel Mezzogiorno, perché essa non era stata in uso in quelle regioni sotto i precedenti regimi.

Il ministro all’Agricoltura, il meridionale Filippo Cordova, avanzò il 1 febbraio 1862 una proposta di legge affinché il bimetallismo, con il corso legale riconosciuto a monete d’oro ed argento, fosse introdotto su tutto il territorio nazionale, anche in terre, come il Mezzogiorno, in cui era stato in vigore prima dell’Unità soltanto il monometallismo argenteo. Il ministro Cordova presentò tale progetto di legge in risposta ad «una petizione del commercio napoletano», che sollecitava il corso legale dell’oro anche al Sud.

Lingotti d’oro della Banca d’Italia

La legge Pepoli sull’unificazione del sistema monetario fu approvata il 24 agosto 1862 e prevedeva il ritiro delle vecchie monete preunitarie, abolendone il corso legale: il che non impediva ovviamente che esse fossero ancora possedute ed utilizzate. Anche se le nuove emissioni sarebbero dovute avvenire soltanto in lire, era inevitabile riconoscere l’esistenza di un patrimonio monetario espresso in altre valute ed ammetterne anche l’uso di fatto e la circolazione, mentre si procedeva gradualmente al rimpiazzo delle vecchie monete. La statistica del Nitti si basa proprio su stime, in verità incomplete, delle monete rimpiazzate. [Due testi fondamentali per comprendere l’unificazione monetaria sono: R. De Mattia, I bilanci degli istituti di emissione italiani 1845-1936, Volume 1, tomo I e II, Staderini, Roma 1967; G Pittalunga, La monetizzazione del Regno d’Italia, in P. Ciocca (a cura di), Il progresso economico dell’Italia. Permanenze, discontinuità, limiti, Bologna, 1994].

Le cifre di Nitti sul patrimonio monetario preunitario sono però inficiate e confutate da due ordini di fattori: anzitutto la valuta non è (non era) costituita unicamente da moneta metallica, ma anche da banconote e da passività emesse da banche; inoltre e soprattutto, gli stessi dati sulla circolazione monetaria degli stati anteriori all’Unità probabilmente sono diversi da quelli forniti dal celebre politico.

Monete antiche napoletane

Bisogna premettere che è un problema ricostruire statistiche valutarie esatte e complete prima del 1936 e specialmente negli anni anteriori al 1890. Tale difficoltà per il periodo ottocentesco ricorre non soltanto per l’Italia, ma in generale per tutti i paesi. [F. Barbiellini Amidei, R. De Bonis, M. Rocchelli, A. Salvio, M. Stacchini, La moneta in Italia dal 1861: evidenze da un nuovo dataset, in Questioni di Economia e Finanza, n. 328, aprile 2016, pubblicato a cura di Banca d’Italia, p. 5.] Con tutta la cautela imposta dai vuoti documentari, si può spiegare perché Nitti si sbagliava ed in modo sostanziale.

Quando fu approvata la legge Pepoli, le autorità provvidero anche al computo dell’ammontare delle valute metalliche in circolazione nel regno d’Italia. Successivamente fu creata dalla Camera dei deputati. il 10 marzo 1868, una Commissione d’inchiesta sull’istituzione del corso forzoso, che riprese anch’essa il calcolo della massa monetaria metallica. Queste cifre furono posteriormente rielaborate ed integrate da Pietro Maestri, direttore dell’Ufficio di statistica generale del Regno d’Italia.

Infine Giuseppe Sacchetti, funzionario della zecca, in un suo studio riesaminò i diversi calcoli, li comparò ed ampliò.

[G. Sacchetti, Della coniazione monetaria delle monete italiane del secolo XIX. Memorie di Giuseppe Sacchetti, verificatore alla zecca di Milano, Vigevano 1873, pp. 107-175].

La sede storica della Banca d’Italia

Ciò che qui interessa in modo particolare è il prospetto statistico che Sacchetti elabora considerando tutte le monete metalliche italiane in circolazione in Italia nel 1862 al momento dell’unificazione monetaria, anche quelle che non andavano sostituite a norma di legge, «delle quali al legislatore non importava né doveva tenere conto, essendo scopo della legge [Pepoli] e compito del governo, convertire le sole monete antiche non decimali italiane delle provincie annesse in nuove monete decimali del Regno d’Italia» [Ibidem, p. 174].

Il ducato di Modena non è considerato, perché non aveva una sua moneta e si serviva di quelle degli stati limitrofi. Le cifre sotto riportate sono arrotondate al mezzo milione per brevità e semplicità rispetto ai dati forniti dal Sacchetti [Ibidem, p. 172].

Circolazione Valute Metalliche
all’unificazione monetaria

Valori in milioni di lire
regno di Sardegna 435
Lombardo-Veneto 202
Parma 11
Modena Privo di valuta propria
Toscana 142,5
Stato pontificio 204
Due Sicilie 801
Totale 1795

Il valore di monete metalliche esistenti al Meridione non era quindi il 65,7% del totale, come scriveva Nitti riferendosi alle monete ritirate (anziché a quelle esistenti), ma del 45% contro il 55% del Settentrione; 801 milioni contro 994,5.

Inoltre negli stati preunitari, o meglio in alcuni di essi, la valuta era sia metallica, sia cartacea: il regno delle Due Sicilie impiegava unicamente la prima. Il valore delle banconote circolanti in Italia era pari secondo una stima a 220 milioni di lire nel ’61. [La moneta in Italia dal 1861: evidenze da un nuovo dataset, p. 20. Nel fornire la cifra si è operata una conversione dall’euro alla lira]. Tale valuta va quindi computata nel circolante monetario del Nord preunitario. Cumulando il cartaceo al metallico, il rapporto del valore monetario totale fra Nord e Sud sarebbe di 1214,5 milioni di lire contro 801, quindi in percentuale il 60% contro il 40%.

Bisognerebbe poi considerare anche la valuta dei territori italiani che nel 1861 non appartenevano a nessuno degli Stati sopra considerati, quindi i domini imperiali del Trentino-Alto Adige e della Venezia Giulia, che erano separati dal Lombardo-Veneto pur essendo tutti soggetti all’Austria. È evidente che in questo modo si avrebbe un ulteriore aumento della massa monetaria esistente al Settentrione.

Questi dati sulla circolazione monetaria sono compatibili con molti altri posseduti su altri fenomeni economici dell’epoca, di per sé distinti dal patrimonio valutario ma ad esso collegati.

Una bella montagna di monete d’oro

Il regno delle Due Sicilie era il paese con il più basso livello di commercio estero pro capite in tutta Europa, fermo nel 1858 a soli 6,52 ducati per abitante. Il paese italiano con il maggior livello di commercio internazionale in percentuale agli abitanti era il regno di Sardegna, con 40,13 ducati pro capite, ma tutti gli stati italiani, anzi europei, avevano relazioni commerciali più intense di quelle del reame meridionale.

Tutto questo è stato provato sulla base dell’analisi sistematica della documentazione statistica sul commercio borbonico nell’arco di oltre due decenni, che fornisce una ricostruzione esatta e completa del medesimo grazie allo studio sistematico delle informazioni quantitative sulle esportazioni e le importazioni [A. Graziani, II commercio estero del Regno delle due Sicilie dal 1832 al 1858, in Archivio economico dell’Unificazione italiana, Roma 1960, serie I, vol. X].

Inoltre numerosi studi hanno riscontrato nell’esame concreto del funzionamento dell’economia meridionale preunitaria che scarseggiavano i capitali per le attività produttive, ciò che portava ad interessi eccessivi per il grosso della popolazione ed a corrispettivi diffusi fenomeni d’indebitamento e di ricorso agli usurai. [D. Demarco, Il crollo del regno delle Due Sicilie, pp. 27-31; A. Placanica, Moneta, prestiti, usure nel Mezzogiorno moderno, Napoli 1982; E. De Simone, Il Monte di Pietà di Cusano. Origini e funzioni (1797-1811), in Annali della Facoltà di Economia di Benevento, Napoli, 1996, pp. 61-97].

Ancora, la stessa riserva monetaria metallica delle banche di emissione conforta la suddetta ricostruzione. Essa era al 26 dicembre 1868 la seguente: Banca Nazionale (ex banca di emissione del Regno di Sardegna), 179 milioni di lire; Banco di Napoli e Banco di Sicilia (ex Banca delle Due Sicilie), rispettivamente 20 e 30 milioni di lire; Banca Toscana e Banca Toscana di credito, rispettivamente 2 milioni e 700 mila lire e 2 milioni di lire. [R. Busacca, Studi sul corso forzoso dei biglietti di banca in Italia, Firenze 1870].

Si può concludere che le cifre fornite da Nitti siano sbagliate, anzitutto perché si basano sulle monete metalliche ritirate dalla circolazionemolti anni dopo l’unificazione monetaria anziché su quelle esistenti a quella data. Difatti esiste una differenza abissale fra i due ordini di statistiche ed è singolare che lo scrittore lucano abbia fatto ricorso al calcolo basato su monete gradualmente uscite dalla circolazione dopo il 1862 anziché a quelle che erano in corso nel 1861.

L’enorme diversità si spiega con una molteplicità di fattori: il grosso della massa monetaria del regno di Sardegna, costituito da lire decimali, rimase in corso legale semplicemente perché identico alla nuova moneta del regno d’Italia; l’interscambio commerciale portò alla fuoriuscita di grosse quantità di valuta italiana, mentre ne entrava altra estera; molte monete furono tesaurizzate ovvero convertite in barre, lingotti etc., ciò che riguardò per lo più quelle auree, che esistevano solo al Nord, mentre il Sud aveva adottato sotto i Borboni il monometallismo dell’argento.

Non è l’unico caso in cui il Nitti propose calcoli erronei, perché egli fece lo stesso ne Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896-1897, in cui asserì che il Meridione avrebbe versato in tasse ed imposte allo Stato centrale più di quanto avesse ricevuto indietro come spesa sul territorio.

Il conteggio di Nitti fu smontato nei dettagli dal matematico e statistico Corrado Gini. Questi, studioso di fama internazionale, dimostrò che il Mezzogiorno non aveva ricevuto dallo Stato meno di quanto avesse versato nel periodo 1862-1897, anzi potrebbe essere avvenuto il contrario. Gini commentò duramente quanto aveva detto Nitti al riguardo, sostenendo che ciò che tale meridionalista aveva scritto era viziato da manipolazioni di dati, con omissioni ed aggiunte ambedue arbitrarie. [C. Gini, L’ammontare e la composizione della ricchezza delle nazioni, Torino 1914, pp. 268 sgg.]

È un giudizio che si può estendere anche alle cifre proposte da Francesco Saverio Nitti sulla circolazione monetaria.

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