Most read

La vera storia dell’oro di Napoli

Altro che furto della riserva aurea: dopo l’Unità d’Italia il Banco di Napoli raddoppio il capitale e triplicò i depositi. Soprattutto, mantenne la propria autonomia e fu quasi monopolista nel Mezzogiorno continentale fino al 1926. La storia bancaria smentisce un luogo comune del revisionismo “sudista”

L’unificazione giuridica dello Stato italiano avvenne per gradi, sia per evitare scossoni eccessivi agli assetti normativi anteriori ed alle rispettive popolazioni, sia per la forza di gruppi d’interesse consolidati. Significativamente, l’unificazione bancaria pubblica fu realizzata per ultima e con grande ritardo rispetto agli altri rami della cosa pubblica.

Gli Stati preunitari italiani possedevano tutti propri istituti bancari, che provvedevano all’emissione della moneta, alla conservazione del tesoro, alla regolamentazione della finanza. La nascita del Regno d’Italia ebbe quindi una forte eccezione: i vecchi Banchi preunitari rimasero attivi e in reciproca autonomia.

La storica sede partenopea del Banco di Napoli

Esistevano così nel 1861: la Banca Nazionale, che derivava dalla fusione della Banca di Genova e della Banca di Torino; la Banca Nazionale Toscana; il Banco di Napoli; il Banco di Sicilia. Successivamente si aggiunsero la Banca Toscana di Credito nel 1863 ed infine la Banca Romana (ex Banca degli Stati Pontifici) nel 1870. Tutti questi istituti avevano la facoltà d’emettere banconote.

La classe dirigente dell’Italia unita aveva avuto, fin dagli inizi, volontà di giungere ad una piena unificazione anche finanziaria e bancaria tramite la fondazione di un’unica banca nazionale, ma ciò fu ostacolato ed impedito dalle pressioni dei diversi gruppi d’interesse economico collegati ai vari Banchi. Fu determinante l’opposizione di lobbiesmeridionali coagulate attorno agli istituti di Napoli e di Sicilia ed intenzionate a conservarne l’autonomia.

Il Banco di Napoli (ex Banco delle Due Sicilie) permase pertanto autonomo e distinto da altri istituti anche dopo il 1861 per quasi settant’anni, fino al 1926. Il periodo migliore della sua storia fu quello posteriore all’Unità, in cui poté avvalersi di condizioni particolarmente propizie: il riconoscimento giuridico del corso legale delle fedi di credito e delle polizze emesse sotto il passato reame borbonico; il mantenimento di un regime di (quasi) monopolio al Meridione ed in più la facoltà di creare succursali in altre regioni; il rapido sviluppo dell’intera economia italiana.

Il patrimonio del Banco di Napoli era rimasto praticamente invariato dal 1815 sino al 1860, permanendo attorno ai 9 milioni di lire (ovviamente nel Regno borbonico si impiegavano i ducati; qui si esprime la cifra in lire).

Una vignetta satirica d’epoca dedicata allo scandalo della Banca Romana

In meno di tre anni, il patrimonio ossia il tesoro del Banco raddoppiò, passando dai 9 milioni registrati nel settembre del ’60, prima che Garibaldi arrivasse a Napoli, ai 18 milioni del giugno 1863. Si ebbe anche un vertiginoso aumento del deposito dei clienti, che passò da 25,5 milioni della primavera del 1861 ai 42,4 del dicembre del 1863, mentre il costo del denaro (il tasso di sconto) calò dal 7% al 5%, con ovvi effetti positivi per l’economia meridionale.

Il fulcro del sistema bancario pubblico italiano era comunque la Banca Nazionale controllata da capitali liguri e piemontesi, più grande da sola di tutti gli altri istituti sommati assieme. Ad esempio, il capitale versato nel 1874 in milioni di lire dell’epoca era così distribuito: Banca nazionale (Torino), 150; Banca Nazionale Toscana, 21; Banca Toscana Credito, 5; Banca Romana, 15; Banco di Napoli, 32,5; Banco di Sicilia, 8.

La Banca Nazionale aveva dunque 150 milioni di lire di capitale versato, contro gli 81,5 di tutti gli altri cinque istituti riconosciuti. Pochi anni dopo, nel 1879, il Banco Nazionale di Torino aveva un capitale sociale di 200 milioni di lire, contro i 108 delle rimanenti cinque banche di emissione messe assieme.

La sede romana della Banca d’Italia

La nascita della Banca d’Italia avvenne nel 1893 quale parte d’una riorganizzazione imposta da una crisi internazionale e nazionale della finanza. I dissesti di importanti banche straniere ed il fallimento della Banca Romana – in difficoltà sin da prima del 1870 e che era riuscita a tirare a campare falsificando i bilanci, acquistando mediante triangolazioni commerciali i propri stessi titoli, emettendo banconote duplicate – portarono ad un terremoto nel sistema finanziario italiano. Si impose perciò una ristrutturazione generale, che arrivò a compimento con la fondazione, appunto, nel 1893 della Banca d’Italia. Essa sorse dalla fusione della Banca Nazionale piemontese, della Banca Nazionale Toscana e della Banca Toscana di Credito, mentre la fallimentare e screditata Banca Romana fu liquidata.

La dotazione iniziale di riserve auree della Banca d’Italia fu di 78 tonnellate, che provenivano per l’86% dal Banco Nazionale di Torino. Il Banco di Napoli e quello di Sicilia continuarono a rimanere autonomi e separati, il che non impedì che proprio l’istituto partenopeo dovesse essere soccorso dalla Banca d’Italia nel 1896, che operò un salvataggio finanziario ed evitò il fallimento di una banca nel cui bilancio si era scoperta una voragine.

La classe proprietaria meridionale riuscì, ancora nel 1893, a conservare due suoi istituti pubblici di emissione ed a mantenere il Mezzogiorno continentale e la Sicilia in una specie di riserva protetta, in cui la concorrenza delle altre banche italiane era limitata. Oggettivamente, il Meridione fu privilegiato sul piano normativo mantenendo il privilegio di due banche pubbliche di emissione all’interno di uno Stato unitario e caricando la Banca d’Italia del costo di un oneroso intervento di sostegno all’istituto partenopeo. Soltanto nel 1926 il Banco di Napoli e quello di Sicilia furono finalmente accorpati nella Banca d’Italia, che da allora divenne l’unico istituto monetario pubblico. Le riserve auree che i due vecchi banchi versarono nella cassa comune furono di sole 70 tonnellate, di gran lunga inferiori al deposito di oro già esistente nella banca d’Italia che superava le 400 tonnellate.

L’archivio storico del Banco di Napoli

Bibliografia essenziale: Dati relativi alle società commerciali e industriali tratti dall’Annuario statistico italiano del 1864, a cura di C. CorrentiP. Maestri; G. Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato italiano, vol. II, Bari, 1911; A. Scirocco, Governo e paese nel Mezzogiorno nella crisi dell’unificazione, Milano 1963; L. De Rosa, Il Banco di Napoli Istituto di emissione, Napoli 1976; E. De Simone, Credito fondiario e proprietà immobiliare nell’Italia meridionale 1866-1885, Napoli, 1983; A. Polsi, Prima della Banca d’Italia. Spinte unificanti e resistenze regionali, «Meridiana», 1992, n. 42; P. Pecorari, La fabbrica dei soldi. Istituti di emissione e questione bancaria in Italia (1861-1913), Bologna 1994; G. Pescosolido, Unità nazionale e sviluppo economico. 1750-1913, Roma-Bari 1998; Nord e sud a 150 anni dall’Unità d’Italia, Roma 2012, a cura della Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno).

7,746 Visite totali, 2 visite odierne

Comments

Be the first to comment on this article

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Go to TOP