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Non solo Dsga, altri guasti sindacali nella pubblica amministrazione

Ci scrive Domenico, un candidato al concorso per Dsga che lavora in un’altra amministrazione: la mia laurea non vale quasi nulla e le mie performance quasi non contano perché i sindacati tutelano solo i “nonni”

Spettabile redazione de L’IndYgesto

innanzitutto vi ringrazio per la voce che state dando, in modo civile, alle diverse posizioni. Ho letto con attenzione ogni singola rivendicazione, che la mancanza di necessaria lucidità, sta portando a ciò che qualcuno ha già definito lotta tra poveri. Una lotta generata dal caos e dalle continue pezze utilizzate dalla politica e dai sindacati per arginare il problema e non certo per risolverlo alla fonte. Sono convinto che in questa fase sia necessaria, la dovuta lucidità, che porti tutti a vedere lo Stato di Diritto come unica fonte di garanzia per ogni singola posizione.

Gli assistenti amministrativi che in questi anni hanno sopperito alle vacanze di organico dei Dsga accettando il ruolo di facente funzione, è giusto che rivendichino in tutte le sedi i compensi per le mansioni superiori, come è giusto che partecipino al concorso senza alcun tipo di facilitazione né alcuna deroga, così come qualunque candidato.

Questo perché oltre ai giovani definiti freschi laureati ci sono tanti altri candidati, come me, che si ritrovano in una situazione di mezzo, tra chi approccia per la prima volta la pa partecipando al concorso e chi da interno tenta di essere naturalizzato nel profilo superiore di Dsga.

Io sono un candidato che non si ritrova in nessuna di queste due categorie. 

Ho iniziato a fare concorsi da prima che mi laureassi, decine e decine di prove, prima di vincerne uno per diplomati a 24 anni presso un’altra Amministrazione.

Poco prima che prendessi servizio (2011), mi sono laureato con lode in Economia e Management con tesi in modelli multidimensionali di controllo del settore pubblico premiata come migliore tesi di laurea in economia dalla Camera di Commercio della mia provincia. Tematiche che mi hanno sempre affascinato, quasi una vocazione che ha orientato tutte le energie verso ogni concorso che rispecchiasse il mio profilo formativo. Una determinazione che mi consente da 8 anni di ricoprire il ruolo di assistente economico finanziario, di svolgere il lavoro per il quale ho studiato, il lavoro che amo. Proprio perché amo il mio lavoro, dal primo giorno non ho badato al mansionario corrispondente alla qualifica da diplomato e alla relativa retribuzione. Ho messo sempre a disposizione le mie conoscenze che in poco tempo si sono trasformate in competenze, in encomi, in valutazioni eccellenti.

Nel 2018, con entusiasmo, partecipo alla prima progressione economica interna. A causa di un accordo sindacale per me la progressione non arriva, in quanto un accordo sindacale ha stabilito una serie di parametri particolari. Secondo i criteri dell’accordo ogni anno di servizio corrisponde a 3 punti (per un massimo di 50). Il possesso di una laurea quinquennale 50 punti, di una laurea triennale 49 punti, di un diploma 48 punti (tra una laurea quinquennale e un diploma solo 2 punti di differenza, neutralizzati con appena 1 anno di servizio). Inoltre, la valutazione massima di eccellente corrisponde a 50 punti, ottimo 49, adeguato 48 (tra eccellente e adeguato appena 2 punti di differenza, anche questi neutralizzati da 1 anno di servizio).

L’accordo che ne è derivato ha generato una graduatoria stilata per anzianità (che non tutti hanno) senza dare alcuna rilevanza né ai titoli posseduti né alla valutazione della performance lavorativa. Quest’anno accadrà la stessa cosa grazie al nuovo accordo appena sottoscritto che prevede lo stesso sistema di attribuzione dei punteggi.

Questa lettera non vuole essere una autocelebrazione, ma vuole essere solo una testimonianza diversa rispetto a quelle dei due schieramenti che si sono definiti in questi mesi (giovani laureati vs facenti funzione), per indurre tutti ad una riflessione:

Come deve sentirsi chi con enormi sacrifici economici e di tempo, da lavoratore interno alla pa, decide di partecipare al concorso per Dsga (bandito da un’altra Amministrazione) al fine di dare senso ai propri studi, di conquistare il giusto corrispettivo economico oltre che un inquadramento in linea al proprio profilo e alle proprie competenze?

Quali rivendicazioni nel mio caso?

A voi suggerimenti e risposte…

Domenico

Egregio Domenico,

per dirla con una battuta, si potrebbe rispondere che grazie alla follia della pa il vecchio adagio secondo cui «tra i due litiganti il terzo gode» non vale più.

Ovviamente non è così, perché un concorso come quello per Dsga è una competizione tra molti e non un duello.  

Ma neppure la Sua posizione è “terza” tra i semplici candidati e i “facenti funzioni”, perché l’essere al servizio di una diversa Amministrazione non fa la differenza.

Lei è come tanti altri candidati, che magari già svolgono una professione e si sono sobbarcati l’onere di una botta di studio per tentare il concorso.

La sua storia, davvero impressionante, è esemplare delle distorsioni apportate da un’errata concezione dell’attività sindacale nella vita pubblica.

Nel suo caso, le sigle dei lavoratori hanno avallato una prassi non bella, partita da certi vecchi ambienti militari e incistata nella mentalità collettiva: il nonnismo.

Perciò in quest’ottica le lauree valgono poco o nulla. Ma persino la qualità delle performance vale meno dell’“esperienza”, considerata solo sotto il mero aspetto cronologico, cioè sulla base del tempo trascorso dietro una scrivania.

La matrice di queste prassi di dubbia correttezza etica deriva dall’attitudine a subordinare i diritti alle tessere e, di conseguenza, a contare i voti più che pesarli.

C’è poco da girarci intorno: i giovani come lei, animati dal desiderio di far bene, sono in netta minoranza nella nostra amministrazione, che è tra le più vecchie d’Occidente per metodi e anagrafe.

Non mi permetto di aggiungere altro, soprattutto dettagli che non potrei provare.

Ma una cosa la posso affermare con certezza: le nostre inefficienze, le nostre lentezze (e il loro peso fiscale) derivano da questi comportamenti politico-sindacali a dir poco borderline.

E questi stessi comportamenti, una volta proiettati sul terreno non più solo amministrativo ma decisamente politico dei ministeri, generano “mostri” come quello denunciato dai candidati al concorso ufficiale per Dsga.

Lei e i suoi colleghi candidati siete pesci di specie simile che nuotano nella stessa acqua dello stesso acquario.

Il problema che l’acqua è diventata torbida per tutti perché chi doveva filtrarla e depurarla l’ha inquinata per primo.

Ha tutta la mia solidarietà e la mia stima per il coraggio con cui non le ha mandate a dire.

Cordialissimi Saluti,

Saverio Paletta

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