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La trappola dell’attualità-Parte seconda

I dibattiti finti tra antagonisti altrettanto finti servono a nascondere un problema reale: i meccanismi di dominio dei poteri “veri”, che si muovono al di sotto delle dinamiche democratiche

Come dice il proverbio? Tra i due litiganti il terzo gode. Nel caso della politica va un po’ adattato: tra i due, o tre, o quattro litiganti (o quelli che sono, in base al copione del momento) il Potere gode.

Quale Potere? Quello che non si vede. O che si vede solo in parte, senza che i più ne comprendano a fondo la natura e gli intenti. Quello sovrannazionale. Quello di sistema. Quello che persegue i propri obiettivi strategici e sa benissimo che l’unica cosa davvero intollerabile è che qualcuno si chiami fuori dai suoi meccanismi e dalle sue messinscene. E che lo faccia in modo consapevole e definitivo: ossia non alla Tsipras, per citare un caso esemplare e abbastanza recente.

Alexis Tsipras

Viceversa, le diatribe su tutto il resto non soltanto non sono dannose ma diventano addirittura utili, perché servono a deviare l’attenzione dei cittadini su questioni più o meno secondarie. La parola d’ordine, perciò, è gonfiarle a dismisura. Con i battibecchi spacciati per grandi scontri di principio. Le baruffe travestite da scontri epocali. Gli attorucoli di partito nei panni, risibili, dei grandi leader.

Un esempio perfetto, benché tutt’altro che inedito, è quest’ultima crisi di governo. Che ha rimesso in discussione dei giudizi che sembravano inappellabili: fino a ieri Pd e M5S avevano la massima disistima l’uno dell’altro; di colpo hanno scoperto che in fondo, ma sì, suvvia, perché no, possono confrontarsi e mettersi d’accordo, fino a formare una nuova maggioranza. Giustificazione ufficiale: è per il bene del Paese. Primo: l’Italia ha bisogno di stabilità (occhio, i Mercati ci guardano). Secondo: c’è da stroncare il sovranismo xenofobo di Salvini (che nella messinscena generale interpreta il ruolo del poliziotto cattivo, e ne parleremo prossimamente). Terzo: va assolutamente evitato il cosiddetto esercizio provvisorio e, in particolare, l’aumento dell’Iva.

Il grande Montanelli

Dove sta l’inghippo?

Chiaro: nel fatto che tutto questo equivale all’ennesima variazione sul tema, collaudatissimo, del male minore. Il cui corollario, Montanelli docet, è l’altrettanto citato votare turandosi il naso.

Invece di incardinare le analisi sui motivi per cui Pd e M5S sono, o dovrebbero essere, agli antipodi, si accantonano le differenze insormontabili e le si riduce a divergenze relative. Gli elettori-tifosi si schierano di conseguenza: al pari del postcomunista romagnolo interpretato da Maurizio Ferrini in Quelli della notte, «non capiscono, però si adeguano».

Matteo Renzi

E così facendo assecondano uno dei processi chiave della manipolazione, soprattutto dalla crisi del 2008 in poi: dilazionare all’infinito la discussione, e a maggior ragione la resa dei conti, sui vizi intrinseci del modello dominante.

Provate a riflettere su questo, invece: di cosa si parla realmente quando si paventa il rischio, fatale, dell’instabilità?

Matteo Salvini

Si parla della necessità, per il sistema, di mantenere stabili i suoi punti chiave. E stabili – come capirebbe anche un bambino – significa sostanzialmente inalterati.

Voilà.

Pur di non cascare, per poi magari rialzarsi, si preferisce rimanere incatenati. E nel frattempo si discute, si ciancia, dei protagonisti fittizi: Renzi è arrogante. Mattarella è scialbo. Di Maio è immaturo. Salvini è tracotante. Zingaretti è scialbo pure lui. Di Battista è velleitario. O viceversa: Renzi è innovativo. Mattarella è saggio. Di Maio è affidabile. Salvini è coraggioso. Zingaretti è costruttivo. Di Battista è appassionato.

Il dibattito ferve (tra i sudditi). Il dibattito serve (a chi i sudditi li sfrutta).

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