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Giornata dalla memoria, arrivano i primi stop dal Sud

Dopo l’alzata di scudi (tardiva) degli storici qualcosa si è mosso nei confronti della celebrazione delle presunte vittime del Risorgimento, voluta dai neoborbonici e promossa dai grillini con alterno successo nelle Regioni del Mezzogiorno: il Pd fa marcia indietro in Basilicata e de Magistris ricorda che anche il sangue dei liberali è patrimonio storico di Napoli. Ma Pino Aprile e i suoi insistono con una petizione, come se la verità storica fosse una questione di voti

Il tentativo è stato generoso, ma è risultato controproducente: la petizione lanciata su change.org da Lea Durante, docente di Letteratura italiana a Bari e presidente della sezione italiana della Gramsci Society, per fermare la giornata della memoria dedicata alle presunte vittime meridionali del Risorgimento ha raccolto più di mille firme in pochi giorni.

Tuttavia, gli spezzoni incendiari della galassia neoborbonica sono stati più veloci: hanno lanciato a loro volta una contropetizione online, che ha superato le 5mila adesioni.

Lo hanno annunciato con toni trionfalistici personaggi più o meno noti come Pino Aprile e Domenico Iannantuoni, l’animatore e autoproclamato leader del Comitato tecnico scientifico “no Lombroso”. Ai due si è aggiunta Monica Lippolis di Vento da Sud, Vento Brigante, che ha ripetuto lo stesso ritornello: la giornata della memoria non si tocca. Ma è chiaro che le buone maniere e il bell’aspetto della Lippolis non cambiano la sostanza del problema. E cioè che la storia non si difende né ricostruisce a suon di petizioni.

Che l’idea di celebrare una giornata della memoria dedicata alle presunte vittime del Risorgimento quasi non sta in piedi è evidente. Ma lo è per chi ha studiato seriamente e ama o, comunque, rispetta la cultura. Con un po’ di malignità si può aggiungere che l’idea di celebrare questa giornata il 13 febbraio sia stata un regalo ai neoborbonici, visto che la data scelta è quella della resa di Gaeta, dove erano assediati da mesi i Borbone. La domanda è più che spontanea: perché il 13 febbraio e non, poniamo, il 14 agosto (ricorrenza della presunta strage di Pontelandolfo)? Perché a determinati ambienti premevano due risultati che con la cultura hanno poco a che fare.

Primo risultato: l’ottenimento di una vittoria politica simbolica. E c’è stato, visto che il presunto genocidio del Mezzogiorno inizierebbe con la capitolazione di Gaeta.

Secondo risultato: l’ottenimento di questa vittoria politica simbolica in un clima da ghetto. Detto altrimenti, quasi sembra far comodo ai neoborbonici che la loro giornata della memoria sia stata oggetto di mozioni dei consigli regionali meridionali (nello specifico, pugliese e lucano) e opera di una forza politica dai contorni non definiti e dalle coordinate culturali quasi nulle come il Movimento 5 Stelle. Così è più facile far passare la tesi della cultura ufficiale – al solito filonordista – pronta a reprimere le genuine istanze del Sud.

Che questi siano gli intenti lo ha fatto capire Iannantuoni, che ha formulato una metafora bislacca: «Quando il popolo si muove non c’è accademia che tenga». È vero, ci mancherebbe. Tranne per un dettaglio: le attività scientifiche non sono democratiche né democratizzabili. Per carità, è giusto ed auspicabile che i metodi e i frutti della ricerca, in ogni settore, siano il più possibile alla portata di tutti. Ma da qui ad ipotizzare che tutti possano fare scienza ne corre. Sarebbe bello, ma è impossibile.

Ciò vale, ovviamente, per la ricerca storica e per la storiografia. Che è un’attività faticosa e importante, perché dall’uso corretto della storia deriva il nostro senso comune. Perché, inoltre, è la storia, o meglio, una determinata lettura della storia, a legittimare l’esistente.

Ecco perché neppure l’attività di storico è democratizzabile. Ecco perché è doveroso ridare all’accademia, anche se debole e screditata come la nostra, ciò che le spetta.

Altrimenti, nessuno si meravigli che il consiglio regionale della Puglia abbia approvato la mozione di Antonella Laricchia senza chiedersi se la Laricchia e chi per lei avessero le competenze per proporre la celebrazione di un giorno della memoria dedicato a un preteso genocidio.

Di sicuro la Laricchia, che ha ventotto anni e a quel che risulta deve ancora laurearsi in architettura, non brilla troppo in quanto a cultura storica.

E neppure nella vicina Basilicata, dove per fortuna il presidente del consiglio ha preso le distanze da una mozione simile a quella approvata in Puglia, gli intellettuali abbondano.

Lo prova, tra le varie, il botta e risposta tra Vito Santarsiero, consigliere regionale in quota Pd, e i grillini lucani. Santarsiero, già sindaco di Potenza, ha fatto ammenda per la leggerezza con cui il suo gruppo ha votato la «proposta grottesca basata su una conoscenza approssimativa della storia» e ha proposto l’idea di una contromozione che annulli quella, borbonizzante, dei grillini.

La risposta di questi ultimi non si è fatta attendere. E purtroppo, c’è da dire, tradisce sin troppo i limiti culturali dei pentastellati. «Noi volevamo solo celebrare il ricordo delle migliaia di persone che hanno pagato con la vita il processo di unificazione nazionale». Niente revisionismo, allora? Parrebbe di no, visto che, proseguono i grillini, «nessuno di noi vuol togliere busti e targhe stradali». Tuttavia, i Nostri proprio non ce la fanno a resistere e citano Italiani brava gente, un classico di Angelo Del Boca, per provare come a Potenza, considerata città risorgimentale, fossero sorti i nuclei più cazzuti della resistenza ai Savoia e che quella del Sud fosse stata un’annessione. Giusto per saltare di palo in frasca, i grillini concludono la replica con un fuor d’opera: ricordano a Santarsiero che Potenza costa troppo alle casse pubbliche perché uscita malconcia dalla sua gestione.

Il livello del dibattito è questo. E per fortuna Luigi de Magistris ha fatto eccezione. Sarà perché Napoli ha una storia politica più complessa di Puglia e Basilicata e conta più morti tra i liberali che tra i briganti e tra i nostalgici dei Borbone. Sarà pure perché l’ex pm non impazzisce all’idea di consegnarsi ai pentastellati per compiacere i neoborbonici. Fatto sta che de Magistris, prima di approvare improbabili giornate di memorie altrettanto improbabili, si è consultato con Renata De Lorenzo, docente di Storia alla Federico II e presidente della Società Napoletana di Storia patria, biografa di Murat e autrice del bel Borbonia Felix (Salerno, Roma 2013) e ha desistito.

Per fortuna, e il caso napoletano lo ribadisce, il dialogo tra politica e revisionisti non è sempre a senso unico. Ma l’abbassamento culturale della classe politica, che a sua volta riflette un calo complessivo delle conoscenze in tutta la società, non lascia ben sperare.

Al Sud si è verificato che una forza politica, priva dei tradizionali mezzi clientelari, ha tentato di carpire consensi sposando le istanze neoborboniche. In pratica, si è ripetuto con trent’anni di ritardo quel che capitava in Veneto e Lombardia all’inizio del leghismo.

Ma la partita stavolta è più pericolosa, visto che i sudisti non evocano mitologie (quella celtica, longobarda o la rilettura fantasiosa di episodi di storia medievale), ma mettono in discussione dei punti fermi – tra l’altro già sottoposti ad abbondante vaglio critico dalla storiografia ufficiale – della storia contemporanea.

C’è chi, giustamente, ha stigmatizzato quest’uso folcloristico della storia, che in prospettiva è più pericoloso di quel che non si creda e chi, tra gli storici, tenta di correre ai ripari annunciando (finalmente!) l’avvio di una produzione divulgativa.

Ma i danni sono troppi e palesi. E la rimonta si annuncia davvero difficile.

Per saperne di più:

Il sito web della Sissco

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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