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I briganti siciliani sotto i Borbone. Non era mafia, ma quasi…

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Un saggio di Giovanna Fiume rivela le dinamiche del brigantaggio isolano preunitario. Altro che Robin Hood e “banditi sociali”: le bande praticavano i crimini nelle campagne a danno delle persone comuni e risparmiavano nobili e notabili, di cui erano spesso il braccio armato…

Il saggio di Giovanna Fiume sul brigantaggio siciliano nel primo trentennio della Restaurazione borbonica, Le bande armate in Sicilia (1819-1849). Violenza e organizzazione del potere, ha numerose qualità, fra cui la sistematica demolizione della mitologia del brigante quale figura positiva e campione della classe contadina.

La verità, dimostra Fiume con l’ausilio di un’ampia documentazione archivistica, è esattamente opposta: il brigante era il nemico e lo sfruttatore dei poveri, mentre rispettava la nobiltà e l’alta borghesia da cui era di fatto comandato e guidato. Le bande erano controllate da personaggi con posizioni di rilievo nell’economia e nella società, che si servivano delle masnade brigantesche come mercenari per perseguire i propri interessi.[1]

Giovanna Fiume dell’Università di Palermo

Le aree di reclutamento e di azione delle bande sono le medesime e ricalcano quelle della Sicilia in cui il latifondo, egemone in tutta l’isola sotto i Borboni, arriva alla massima intensità e nelle quali praticamente tutta la terra è di proprietà di una manciata di ricchissime famiglie aristocratiche. [2]

I briganti siciliani nel trentennio 1819-1849 furono senz’altro molte migliaia: le autorità calcolarono che soltanto nel 1838 il loro numero giunse a 1166.[3]  Nonostante queste cifre, in trent’anni pochissimi nobili furono colpiti.

Una statistica parziale delle vittime dei briganti, proveniente da un solo circondario, mostra che i bersagli dei briganti erano così ripartiti: 66,41 % vetturali (mulattieri, carrettieri etc.) e viaggiatori; 14,1 % agricoltori e pastori; 10,07% commercianti e possidenti; 0,55 % corrieri, pattuglie che trasportavano denaro etc.; lo 0,37 % nobili.[4]

I banditi evitavano di procurarsi nemici fra i potenti, tanto che, quando arrivavano in una masseria, chiedevano sempre chi fosse il proprietario. La sorte delle bande che osavano colpire i grandi proprietari era infatti segnata: la gendarmeria in quei casi interveniva con energia ed in più attorno ai briganti si faceva il vuoto, perché favoreggiatori e collaboratori li abbandonavano.[5]

Ferdinando I di Borbone, protagonista della Restaurazione nelle Due Sicilie

La caratteristica specifica delle comitive principali era proprio la rete di legami con la classe dirigente, inclusi funzionari della pubblica amministrazione, che le coinvolgeva nelle contese per il controllo dei municipi. Le rivalità apparentemente politiche mascheravano dispute fra fazioni rivali, d’estrazione parentale e clientelare, che lottavano fra loro per impadronirsi delle cariche pubbliche e dei relativi profitti ricavabili anche in modo illecito. La caccia al pubblico impiego era praticata ovunque e implicava una lotta durissima, che giungeva sino all’assassinio dei rivali.  Le cariche municipali aprivano la strada al saccheggio dei beni amministrati: i terreni del demanio, i monti frumentari, gli istituti di beneficienza etc. Questo scenario era sotto gli occhi di tutti e comportava un’amministrazione pessima e disattenta agli interessi degli amministrati, ma a nulla servivano le poche denunce.[6]

Le bande di briganti proseguono nella Restaurazione la funzione che avevano avuto sino a pochi anni prima di armigeri al servizio dei grandi feudatari, tanto che alle spalle di un capobanda si trovava sempre un sindaco, un giudice, un capitano della gendarmeria …

Coloro che avrebbero dovuto in teoria fermare i briganti erano nella realtà i loro protettori e padrini: specialmente la magistratura borbonica era collusa con le bande. Nei Comuni era il giudice locale l’autorità maggiore, superiore persino al sindaco, poiché aveva un’autorità considerevolissima su questioni vitali per la comunità e pertinenti l’economia, come i salari, i canoni agrari, le locazioni, le usurpazioni di terreni, le liti di confine etc. Questo e l’intreccio di rapporti familiari, di consorteria, d’interesse conduceva facilmente la giustizia a corrompersi.

Ufficiali della Marina borbonica in un affresco d’epoca

Accadeva sovente che i magistrati fossero parte integrante di quelle fratellanze o unioni ramificate localmente e dedite al malaffare, che riunivano in un apparato interclassista e gerarchicamente strutturato favoreggiatori di basso profilo (informatori, spie, fornitori di cibo alle bande etc.), i briganti, gli intermediari, i loro caporioni del ceto dirigente. La piramide criminale era formata da: un gruppetto di organizzatori, grandi proprietari in apparenza onesti ma che nella realtà ordinavano furti ed omicidi, spartivano i ricavi, prendevano tutte le decisioni basilari; i mediatori, che tenevano i contatti fra i latifondisti, i tribunali, i pubblici funzionari da una parte, le comitive dall’altra; infine gli esecutori, che erano i briganti e che fungevano da manovalanza del crimine. I banditi agivano sia per conto dei loro padrini, sia talora per conto proprio, ma evitando il più possibile di toccare i loro padroni.[7]

Un esempio della natura di organizzazione criminale sofisticata, di tipo mafioso, del brigantaggio siciliano sotto i Borboni era l’abigeato, il furto di animali. Si trattava di una pratica diffusa e lucrosa, che richiedeva la progettazione del furto, la sua esecuzione affidata alle bande, la falsificazione delle bollette e la contraffazione dei marchi, l’occultamento e lo spostamento degli animali, la loro macellazione, la vendita delle carni. L’associazione delinquenziale aveva pertanto una notevole complessità e specializzazione e i briganti erano soltanto un anello di una catena. Una di queste unioni (oggi le si direbbe cosche), aveva il suo braccio armato nella banda detta dei Montelepresi, ma con al suo vertice un certo Gambino, notaio e cancelliere comunale, nipote del sindaco, cugino del giudice conciliatore, parente del giudice supplente, amico di un nobiluomo e di un sacerdote fra i membri del decurionato …[8]

Davanti ad un apparato tentacolare che coinvolgeva gli amministratori locali, le forze dell’ordine, la magistratura, la classe proprietaria, il governo centrale borbonico poteva poco per combattere il banditismo siciliano. Le norme contro i briganti in realtà esistevano ed erano spietate, risalendo nelle loro prassi procedurali ancora all’Antico regime. Una legge delle Due Sicilie concedeva una vera licenza di uccidere, permettendo a chiunque di ammazzare impunemente i briganti, senza processo e senza alcuna conseguenza legale per l’uccisore, anzi promettendo premi sulle teste degli uccisi.[9]

La legislazione contro le bande, abbondante e feroce, però era disattesa o malamente applicata dai suoi esecutori. La mescolanza di connivenza con le bande ed ignavia dei corpi di polizia, le compagnie d’arme e la gendarmeria, bastava da sola a vanificare largamente i tentativi di bonifica delle campagne dall’infestazione brigantesca. Le comitive potevano essere individuate e distrutte, perché prive di protezioni altolocate, sacrificate dai loro burattinai per acquisire benemerenze verso le autorità oppure all’interno di contrasti fra gruppi rivali, ma altre prendevano il loro posto, rinnovando il cruento gioco.[10]


[1] G. Fiume, Le bande armate in Sicilia (1819-1849). Violenza e organizzazione del potere, Palermo 1984, pp. 11-14.

[2] Ibidem, p. 55.

[3] Fiume, Le bande armate, cit., pp. 130-131, 151-156.

[4] Ibidem, p. 56.

[5] Op. cit.

[6] Ibidem, pp. 65 sgg.

[7] Ibidem, pp. 68-74.

[8] Ibidem, pp. 96 sgg.

[9] Ibidem, pp. 39 sgg.

[10] Ibidem, pp. 109-143.

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