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Ora e sempre Resistenza? Forse no: meglio la pace

Spuntano i tricolori e stavolta non è per il calcio. Ma la memoria storica sembra perduta, anche quella più faziosa

Non ci diedero la libertà né cacciarono i tedeschi. Ma il movimento partigiano ebbe comunque grandi meriti

Oggi dovremmo voltare pagina e pensare di più al nostro futuro, visto che i protagonisti di ieri sono scomparsi

Ma sì, scriviamola pure con la maiuscola: Resistenza. Soprattutto ora che la retorica delle celebrazioni scema pian piano sotto il pungolo implacabile dell’anagrafe, che ogni anno cancella i protagonisti superstiti. Soprattutto ora che la scorrere del tempo annacqua le passioni.

Non so a voi, ma a noi fa piacere vedere i balconi dei palazzi abbelliti dai tricolori per un’occasione che, una volta tanto, non ha a che fare con lo sport.

Diciamo di più: ci fa paura l’ignoranza dei ragazzi – molti dei quali studenti e tra questi non pochi universitari – che, intervistati, hanno ammesso candidamente di non sapere cosa sia stata la Resistenza né cosa fossero i partigiani. Non ci fa paura, invece, l’esplosione delle passioni faziose che queste celebrazioni, ora meno che nel passato anche recente, si trascinano appresso, quasi in maniera inevitabile.

Giusto: ma cosa festeggiamo esattamente col 25 aprile? Di sicuro anche la cosa che un Paese non dovrebbe festeggiare: la capitolazione militare. Troppo comodo dire che chi capitolò, col corollario orribile di scene che Montanelli definì “macelleria messicana”, fu la Rsi e non l’Italia.

La Rsi, è il caso di ricordarlo, era Italia, non meno del Regno del Sud. Ed erano italiani i soldati che militavano sotto le sue bandiere, come lo erano quelli al di sotto della Linea Gotica e come lo erano i partigiani.

Fu senz’altro uno Stato fantoccio che poteva esistere solo grazie alla presenza dell’esercito tedesco. Ma la stessa cosa vale per il Regno del Sud, che esisteva grazie alla presenza angloamericana, e per una fetta non piccola dei partigiani, che agiva in maniera a dir poco eterodiretta.

Forse citare Galli della Loggia fa radical chic e sarebbe magari il caso di evitare. Però non si può proprio dargli torto quando data la “morte della Patria” alla resa ridicola dell’8 settembre 1943. Ridicola non perché l’Italia, fiaccata da una guerra insostenibile non dovesse arrendersi, ma perché ci arrendemmo male: maldiretti, incapaci di negoziare la resa e con consistenti parti del territorio ancora occupate dalla Wehermacht e dalle SS, finimmo male e perdemmo la sovranità. E questa non ce l’ha restituita certo la Resistenza. Perdemmo la libertà di nazione, che abbiamo recuperato a fatica e tuttora non sappiamo gestire. Perdemmo la dignità.

E la Resistenza, in tutto questo? «La Resistenza fu molte cose», dichiarò tanti anni fa all’Italia satolla degli anni ’80 Giorgio Bocca, uno che la Resistenza l’aveva fatta per davvero nelle file di Giustizia e Libertà e la raccontava in maniera critica, a differenza di chi, e non erano pochi, avevano solo fatto finta di farla e l’avevano trasformata in un tormentone retorico. E tra queste cose, molte furono buone. Una su tutte, la possibilità di arrivare alla pace come popolo che aveva combattuto e non come popolo sconfitto. Non è poco.

Certo, tra le «molte cose» di cui parlava Bocca ce ne furono di negative: tra queste il peso esorbitante dei gruppi filosovietici, egemoni nel Pci e quindi nelle brigate “Garibaldi”, che si trasformò in connivenza con l’espansionismo jugoslavo e, peggio ancora, con i suoi aspetti criminali.

Sulla Resistenza, inoltre, pesa non poco il fatto di essere stata una delle parti di una terribile guerra civile, che si poteva senz’altro evitare (e che nessuno degli altri Paesi occidentali conobbe).

A distanza di tanti anni, ora che il Pci e il Msi, eredi culturali delle parti in lotta, sono un ricordo e che persino gli studiosi di sinistra e gli autori mainstream si dimostrano più sereni nel rievocare quegli avvenimenti, possiamo voltare pagina e trovare un motivo non retorico e non rancoroso per rievocare il 25 aprile: la pace ritrovata, senza la quale libertà e democrazia sono solo suoni irritanti.

Certo, dobbiamo smaltire ancora tante, troppe immagini orribili e dare la giusta dignità a chi, da tutti i lati della barricata, morì pensando in buona fede di fare il bene dell’Italia, e prendere le distanze da chi, invece, ha lucrato su quel sangue.

E allora l’espressione “Repubblica nata dalla Resistenza” può davvero acquistare il suo vero valore, perché la Resistenza selezionò comunque una classe politica di alto profilo (inclusi i neofascisti di ieri che giganteggiano rispetto alle caricature che oggi ne hanno preso il posto), che oggi rimpiangiamo di fronte agli scempi e alla mediocrità delle attuali dirigenze.

La prima negoziò alla grande e diede all’Italia del dopoguerra un ruolo inimmaginabile per un Paese vinto. Le seconde continuano a svendere alla meno peggio un Paese altrimenti ricco e creativo. Forse ci volle davvero il sangue per concimare i giganti.

Ecco, ricordiamoci di queste cose e pensiamo alla pace. Ora e sempre Resistenza? Proprio no, perché una guerra civile non la si augura a nessuno.

Voltiamo pagina davvero. E se proprio dobbiamo celebrare un compleanno, pensiamo al 2 giugno che è alle porte. Celebriamo il voto che ci diede la democrazia, piuttosto: per il sangue si può solo provare pietà e la pietà mal si concilia con le feste.

Saverio Paletta

 

 

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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