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Natuzza, un altro incidente sulla via della beatitudine

A dispetto dei tanti tentativi di conciliazione, sono riprese le polemiche tra la Diocesi di Mileto e la Fondazione che rivendica l’eredità della mistica calabrese. Il processo di canonizzazione è fermo o procede a fatica, mentre il chiasso delle polemiche, essenzialmente locali, copre male il vuoto dell’informazione, che riguarda invece le alte gerarchie vaticane. Il caso di Natuzza è “attenzionato” da mesi dalla Congregazione per la dottrina della fede. E spuntano alcune voci non bellissime su usi impropri dell’immagine di Natuzza. Basteranno la Divina Provvidenza e la pazienza di un vescovo a dare la giusta luce a una vicenda che, comunque la si giudichi, resta straordinaria? O l’eterna complessità calabrese proietterà ancora la propria ombra su una figura che meriterebbe ben altre attenzione e stima?

«Santa Subito», invocava a gran voce la folla dei fedeli nel lontano novembre 2009, ai funerali di Natuzza Evolo.

Otto anni dopo, il processo di beatificazione stenta a partire, anche a causa delle polemiche feroci esplose, a partire dalla scorsa estate, tra la Curia di Mileto e la Fondazione Cuore Immacolato di Maria e Rifugio delle Anime, voluta da Natuzza quando era in vita e approvata nel 2009 da monsignor Domenico Cortese, il vescovo dell’epoca.

Le due gambe, Curia e Fondazione, su cui avrebbe dovuto camminare il processo di beatificazione, magari a passo svelto come desiderano i fedeli, si sono divaricate un po’ troppo. E il risultato è piuttosto magro, in confronto alle aspettative: Natuzza è ancora serva di Dio, cioè al gradino più basso della scala non facile che dovrebbe portare alla canonizzazione. Tutto questo a dispetto del fatto che si siano mosse due Diocesi: quella di Mileto e l’Arcidiocesi di Cosenza, di cui fa parte il postulatore della causa: don Enzo Gabrieli, portavoce della Curia e direttore del periodico Parola di Vita, che ha svolto con successo lo stesso ruolo in altre cause, tra cui quella relativa alla religiosa cosentina suor Elena Aiello.

Protagonista del bisticcio che rischia di fermare le macchine è monsignor Luigi Renzo, l’attuale arcivescovo di Mileto, più volte bersagliato da critiche pesanti e decisamente ingenerose.

La vicenda, nelle sue linee generali, è piuttosto nota. Ne riassumiamo quel che basta per fornire un quadro completo.

Tutto iniziò i primi di agosto, quando monsignor Renzo revocò il riconoscimento alla Fondazione, accusata di aver rifiutato le modifiche al proprio Statuto proposte dalla Diocesi. Monsignor Renzo aveva chiesto, in particolare, la revisione dell’articolo 2, che riguarda la composizione del Cda dell’istituto, i cui membri da 10 sarebbero dovuti passare a 11 di cui 3 di nomina diretta del vescovo (laddove la contestata versione attuale prevede la presenza di diritto del vescovo e del parroco di Paravati). Detto altrimenti: il vescovo chiedeva di uscire dalla Fondazione per assumerne il ruolo di controllore esterno.

La richiesta, legittima dal punto di vista del Diritto canonico, non era un’estemporanea di monsignor Renzo, ma godeva dell’avallo della Conferenza Episcopale Calabra e quindi del Vaticano, che da mesi era intervenuto nel processo di canonizzazione attraverso la Congregazione per la dottrina della fede, cioè l’ex Santo Uffizio.

Una situazione delicata, a cui il vescovo si è dovuto adeguare. Peccato solo che i termini reali del problema non sono stati spiegati adeguatamente all’opinione pubblica. È il caso di accennarvi rapidamente. È vero, al riguardo, che titolare della causa di canonizzazione è la Congregazione dei Santi, ma è altrettanto vero che la Congregazione per la dottrina ha il diritto-dovere di intervenire sulle questioni di ortodossia religiosa. E nella vicenda della Fondazione che rivendica l’eredità spirituale di Natuzza c’era una crepa vistosa: titolare di beni immobili (una chiesa finita di costruire da poco e in attesa di consacrazione, una casa di riposo per anziani e via discorrendo) e mobili valutate in milioni di euro grazie alle donazioni generose e continue dei fedeli, l’istituzione dedicata alla Madonna non può godere di piena autonomia, amministrativa e di culto, finché Natuzza non sarà canonizzata. Nel frattempo, il vescovo ha il dovere di vigilare affinché il culto creatosi attorno alla mistica sia di tipo mariano, quindi legittimo per l’ordinamento della Chiesa, e non personale, perciò al momento inammissibile in quanto potenzialmente eretico.

Detto altrimenti: se il vescovo non avesse agito come ha agito, sarebbe stato accusato anche lui, anzi lui per primo, di eresia.

La situazione sembrava ricomporsi verso la fine di agosto, dopo le dimissioni di don Pasquale Barone, presidente del Cda riottoso, di padre Michele Cordiano e di don Francesco Sicari. Alla guida della Fondazione era stato nominato un laico: l’avvocato Marcello Colloca, che aveva ripreso il dialogo con la Curia.

Tutto a posto? Proprio no: nel giro di pochi mesi l’avvocato miletese è stato investito da polemiche, basate sulla sua appartenenza al Grande Oriente d’Italia, di cui è uno dei massimi esponenti calabresi. Peccato, perché Colloca, a malapena sfiorato in passato da alcune inchieste giornalistiche sembrava l’uomo della Provvidenza: è infatti discendente di Silvio Colloca, l’avvocato presso cui Natuzza lavorò da giovanissima e nella cui casa iniziò a manifestare i propri doni straordinari.

Un curioso paradosso, uno dei tanti nella storia calabrese: una devozione religiosa popolare, prossima al culto vero e proprio, nata in seguito all’interessamento dell’alta borghesia, i cui rampolli, per tradizione, militano anche in massoneria. Una macchia per Colloca? Probabilmente no, visto che l’avvocato non è mai stato coinvolto a livello giudiziario in alcuna vicenda strana.

Però c’è stato chi ha puntato il dito (con toni, questi sì, da Santa Inquisizione) e Colloca ha lasciato la presidenza a fine dicembre, dopo un’infuocata conferenza stampa con cui ha reso pan per focaccia, evocando regie occulte contro la propria persona e girando le accuse, contro pseudo religiosi e pseudo volontari «che hanno come intento il conseguimento di interessi personali». Quali siano questi interessi l’avvocato, che fino a quel momento aveva mediato bene, non lo ha detto.

Certo è che la situazione è regredita ai livelli di agosto e la beatificazione è tuttora ferma, a dispetto del fatto che il Vaticano, lo scorso novembre, aveva dato il via libera alla nomina di una Commissione di esperti e teologi per raccogliere e valutare le testimonianze sulla santità (finora presunta e per molti sperata) della mistica di Paravati.

Le cronache degli ultimi giorni lasciano poco da sperare: in seguito alle dimissioni di Colloca e di altri esponenti laici, il Cda e l’assemblea dei soci della Fondazione sono ridotti ai minimi termini. Per questo motivo, i soci fondatori si sono riuniti più volte, a partire dalla fine di gennaio, per rimpolpare le file cooptando nuovi membri. Il vescovo, a sua volta, considerata la mancata modifica dello Statuto, ha fermato le macchine e congelato la Fondazione, com’era d’altronde nelle sue facoltà.

Il rischio, a questo punto, è il commissariamento da parte del Ministero dell’Interno.

Ma come si è arrivati a tutto questo? Le cronache si soffermano solo sulla polemica tra monsignor Renzo e la Fondazione.

Resta in ombra il ruolo pesante esercitato in tutta questa storia dalla Congregazione per la dottrina della fede, che si è prima intrecciata e poi sovrapposta alla Congregazione dei Santi.

A questo punto, una domanda è più che lecita: gli inquisitori vaticani si sono solo appuntati sulla situazione giuridica della Fondazione oppure c’è dell’altro?

Nel corso di una conferenza stampa della scorsa estate monsignor Renzo era stato piuttosto chiaro: se le cose fossero continuate in quel modo, la canonizzazione di Natuzza sarebbe stata a rischio, perché il comportamento del Cda della Fondazione lambiva addirittura l’eresia, parlando di Natuzza come Messaggera della Madonna, sebbene la mistica stessa (che parlava di sé come di un verme della terra) non si fosse mai definita tale.

Detto altrimenti: il bisticcio tra il monsignore e alcuni seguaci di Natuzza è la causa o l’effetto di questo stallo? C’è chi dice di sì e accolla la responsabilità ora al vescovo e ora alla Fondazione. E c’è chi, invece, pensa che dietro vi sia dell’altro.

Deporrebbero in questa direzione alcune voci, tutte da verificare, secondo cui Natuzza sarebbe stata evocata nel corso di alcune sedute spiritiche. Se fosse vera, questa voce non inficerebbe comunque la (sperata) santità della mistica, che nel corso della sua vita è stata una credente devota e rifiutava nella maniera più assoluta certe cose.

Ma ciò non toglie che l’eventuale (e si spera inesistente) uso improprio e sacrilego dell’immagine di Natuzza potrebbe essere un argomento di lavoro per gli esperti vaticani a cui spetta un compito non facile: eliminare ogni ragionevole dubbio sulla santità della mistica e sulla legittimità della devozione nei suoi confronti.

Una devozione legittima per molti credenti, che si limitano a pregare e sperare, proprio come faceva lei.

Il vuoto dell’informazione e il chiasso delle polemiche non aiutano a far chiarezza. Basteranno la Divina Provvidenza e la pazienza di un vescovo a risolvere questo rebus?

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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