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La capitale dei privilegi

Fino a Murat il Regno di Napoli fu un immenso contado, le cui risorse servivano a campare i napoletani, che erano praticamente esenti da tasse e godevano di condizioni economiche di grande favore. Il lavoro dei poveri contadini calabresi e lucani serviva ad incrementare il benessere dei “potentes” partenopei…

Il Regno di Napoli fu contrassegnato per tutta la sua storia da un predominio della città partenopea sul resto del Mezzogiorno, che era stato di tale importanza da essere riconosciuto per lungo tempo anche in forma giuridica con una netta differenziazione fra la capitale e tutto il territorio rimanente. Il risultato era una condizione di esplicito privilegio dei napoletani rispetto agli altri sudditi del Regno.

Un antico dipinto del Maschio Angioino

L’inizio di questi privilegi concessi a Napoli si può fissare al 1286, data in cui Carlo d’Angiò separò la città dalla giurisdizione detta del Giustiziero della provincia di Terra di Lavoro. Da allora le prerogative esclusive dei cittadini della capitale si accrebbero e giunsero all’apice nei secoli XVI-XVIII, per essere aboliti soltanto da Murat ad inizio del secolo XIX.

Limitandosi all’era moderna, quindi dal vicereame spagnolo sino a re Ferdinando IV di Borbone ed al 1806, è facile riscontrare uno status di favore riservato alla metropoli a discapito delle altre città a regioni del reame.

I privilegi di cui godevano i partenopei spiccavano specialmente in ambito fiscale. La cittadinanza napoletana fu esentata fin dall’inizio della monarchia aragonese dalle imposte dirette, sia ordinarie (il cosiddetto focatico), sia straordinarie. I napoletani erano esenti anche dalla maggioranza delle imposte indirette, le gabelle, per cui non pagavano: lo jus ponderis e lo jus mensurae, i diritti di peso e misura; lo jus salmarum o refica, pagata sulle merci che venivano importate per mare e riesportate per terra; lo jus anchoragii ossia il diritto di ancoraggio sulle imbarcazioni; la gabella detta del buon denaro, altra imposta doganale.

Gioacchino Murat

Queste condizioni speciali e di favore furono ribaditi e persino allargati sotto i Borboni per tutto il periodo 1737-1806. Il sistema fiscale borbonico, promulgato con legge del 20 settembre 1742 e rimasto in vigore sino a Murat (che lo riformò), prevedeva tre tipologie d’imposta diretta: per singola persona giuridica, con testatico o capitazione, che andava versato dal capofamiglia; per il mestiere, arte o professione esercitati; per il capitale posseduto, immobili, terreni, animali, depositi monetari ecc.

I napoletani erano interamente esentati dalla tassa personale (il testatico) e da quella sui proventi della professione, pagando soltanto la tassa patrimoniale e neppure tutta, poiché anche qui godevano di una esenzione sulle proprietà feudali.

Giuseppe Maria Galanti

I napoletani erano inoltre completamente esenti da tutte le imposte indirette, quindi dazi, gabelle, dogane, pedaggi etc. Questo avveniva in un Regno in cui un intellettuale borbonico come Giuseppe Maria Galanti condannò per iscritto, vanamente, una tassazione eccessiva per le capacità di intere classi sociali, come quella bracciantile, che conduceva ogni anno alla condanna alla prigione od alla galera (intesa come nave: una condanna ai lavori forzati come rematore) per uomini morosi con il fisco. I napoletani erano praticamente dispensati da ogni tipo di imposta, tranne quella sul patrimonio, cosicché lo Stato era finanziato quasi del tutto dagli abitanti che vivevano al di fuori della capitale. Tutto questo comportava un netto vantaggio competitivo per i gli abitanti della capitale: basti pensare a che cosa significava nel commercio essere liberi totalmente da dazi e gabelle.

Carlo di Borbone

In più, i cittadini di Napoli avevano il monopolio d’una serie di cariche ed uffici pubblici del Regno ed anche privilegi in campo giudiziario, poiché potevano essere processati solo da giudici di Napoli, non potevano essere sottoposti a carcerazione preventiva, etc. Inoltre avevano altri benefici esclusivi ancora in campo economico: ad esempio, soltanto ai napoletani era consentita la lavorazione della seta, come indicava un regio decreto secondo cui «Solo in Napoli si esercita per privilegio questa nobil Arte della seta».

Questi privilegi riguardavano i cittadini di Napoli, che non coincidevano con i suoi abitanti. La cittadinanza napoletana era un privilegio che si trasmetteva di padre in figlio, anche se eccezionalmente poteva essere concesso dal sovrano. Coloro che risiedevano nella capitale erano distinti fra habitanti, cittadini e cavalieri. Soltanto cittadini e cavalieri avevano la cittadinanza, venendo poi distinti ulteriormente fra plebei e nobili.

Questo corpus di smisurati privilegi fu ampliato ancora da re Carlo di Borbone e re Ferdinando IV di Borbone. Nel 1737 i cosiddetti Seggi di Napoli (carica rappresentativa della città, riservata a cinque nobili ed a un popolano) chiesero a re Carlo di limitare l’accesso agli uffici ed ai benefici del reame ai soli cittadini di Napoli naturali, ossia per discendenza, escludendo tutti coloro che non avessero questo privilegio. Il re acconsentì: confermò e ampliò il privilegio giuridico dei napoletani rispetto ad irpini, sanniti, salernitani molisani, abruzzesi, pugliesi, lucani, calabresi, etc. in breve tutti gli altri abitanti del reame.

Ferdinando II di Borbone

Il 2 aprile 1773 re Ferdinando IV ribadì questa condizione giuridica di privilegio di Napoli, a discapito di tutto il restante regno, delle sue città e territori. Si aggiunga ancora che i feudatari, componenti la ristrettissima oligarchia di meno dell’un percento della popolazione che però controllava la quasi totalità delle ricchezze e che amministrava smisurati feudi in condizioni di larga autonomia, erano tutti giuridicamente cittadini di Napoli, a differenza dei loro sudditi. Difatti, tutti i feudi erano al di fuori della capitale, per cui mentre il feudatario era napoletano, i suoi sudditi non lo erano.

In breve, la cittadinanza napoletana era un appannaggio di una parte degli abitanti di Napoli (trasmessa per eredità di padre in figlio) e del minuscolo ceto dei feudatari: buona parte degli abitanti nella metropoli e quasi tutti gli abitanti delle altre città e regioni ne erano esclusi.

Alla divisione giuridica del regno in due parti, fra chi era cittadino napoletano e chi no, si aggiungeva ancora la politica economica dei sovrani tendente a favorire nettamente Napoli ed il territorio limitrofo, spendendo in questa regione la maggioranza del bilancio statale e lasciando il rimanente a tutto l’entroterra del Meridione continentale. Galanti scriveva che la «grandezza funesta di Napoli» era «il frutto della miseria di un intero regno». Basti dire che nel 1833 nella parte continentale del regno su di una circolazione complessiva calcolata in 20 milioni di ducati, soltanto 6 milioni circolavano nelle province. Pertanto, i tre quarti del totale erano a Napoli. Questo era una conseguenza sia dell’accentramento politico, sia della concentrazione a Napoli di tutte le famiglie più ricche che ivi andavano a risiedere. A Napoli era accentrato tutto il possibile per volontà politica: le strutture politiche, burocratiche, giudiziarie, la direzione degli istituti religioni, l’unica università del Meridione continentale, l’unico porto provvisto di attrezzatture adeguate per il commercio internazionale, che quindi passava tutto per la capitale etc. Ovviamente, anche la spesa pubblica privilegiava la capitale rispetto a tutto il ben più esteso e popoloso entroterra.

Francesco I di Borbone

Si può concludere che il regno di Napoli sia stato per quasi tutta la sua storia, con la sola eccezione dei pochi anni del Decennio francese ad inizio del XIX secolo, una colonia della metropoli partenopea, poiché calabresi, lucani, pugliesi, molisani, abruzzesi, irpini, sanniti, salernitani, casertani, in breve tutti coloro che non fossero napoletani erano giuridicamente separati dai partenopei stessi e posti, di fatto e di diritto, in posizione inferiore.

Su tutto questo esiste ampia bibliografia, per cui si forniscono solo alcune indicazioni essenziali. P. Ventura, La capitale dei privilegi Governo spagnolo, burocrazia e cittadinanza a Napoli nel Cinquecento, Napoli 2018; G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. II, Milano 1978, pp.327-328; P. Villani, Il Catasto onciario ed il sistema tributario napoletano alla metà del Settecento; in Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione, Bari, 1962, pp. 93-97; Indice generale della storia e del codice delle leggi del regno di Napoli, Napoli 1797; G.M. Galanti, Nuova descrizione, vol. III, Napoli 1789.

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