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Plastic Radar, la nuova guerra di Greenpeace all’inquinamento marino

La celebre ong ambientalista lancia un’iniziativa per monitorare i rifiuti di plastica sulle coste. Alcune zone, tra cui la Sicilia e il Salento hanno già aderito. Ecco come funziona…

Ogni minuto, tutti i giorni, l’equivalente di un camion pieno di plastica finisce negli oceani, provocando la morte di tartarughe, uccelli, pesci, balene e delfini. Sono 700 le specie animali vittime dell’inquinamento da plastica.

Scambiata per cibo, essa viene ingerita e provoca la morte per indigestione o soffocamento.

Secondo Greenpeace è opportuno intervenire alla fonte e le aziende devono assumersi le loro responsabilità. Ed è proprio da qui che nasce Plastic Radar, un’iniziativa lanciata tramite Whatsapp.

Praticamente non dovrete fare altro che memorizzare su Whatsapp il numero +39 342 3711267 per segnalare la presenza di plastica sulla spiaggia, sui fondali o che galleggia sulla superficie del mare, mandando una foto in cui si veda la marca dell’azienda produttrice e condividendo la posizione. Il servizio partirà in estate.

È il secondo anno consecutivo di Plastic Radar, volto a monitorare e mappare l’inquinamento da plastica sulle nostre coste. Le analisi delle segnalazioni fotografiche di rifiuti in plastica, giunti lo scorso anno, hanno permesso di fare luce sulla tipologia di imballaggi e contenitori più presenti e di individuare i marchi e le aziende produttrici. Sapere che un certo tipo di imballaggio o di rifiuto è più presente di altri offre indicazioni preziose per fotografare il problema e fare pressione sulle aziende produttrici.

Il messaggio di Greenpeace

Come spiegato da Greenpeace, lo scorso anno, con Plastic Radar, sono stati segnalati 6.800 rifiuti, il novanta per cento dei quali in plastica usa e getta e riconducibili in gran parte a San Benedetto Group, Coca-Cola Company e Nestlé.

Le grandi multinazionali continuano a produrre e vendere sempre più plastica, utilizzandola soprattutto per imballaggi monouso. Di tutta la plastica prodotta però più del novanta per cento non è mai stato riciclato.

Secondo i dati di Legambiente il novantasei per cento dei rifiuti galleggianti in mare è composto da plastica. Detriti che con il passare del tempo, e per effetto del calore, diventano frammenti microscopici ed entrano a far parte della catena alimentare dei pesci e non solo. Le microplastiche hanno dimensioni inferiori ai 5 mm e a loro volta si frammentano in nanoplastiche, invisibili all’occhio umano, rilasciando in mare composti chimici tossici quali ftalati, perfluorurati, solo per citarne alcuni. Le microplastiche penetrano nel plancton che è alla base dell’intera catena alimentare marina.

Un fatto preoccupante perché l’accumulo di sostanze tossiche negli esseri viventi aumenta man mano che si risale la piramide alimentare. Anche se al momento è difficile definire i possibili rischi per la salute umana, sono stati identificati una serie di problemi, ancora oggetto d’indagine, che potrebbero derivare dall’ingestione di microplastiche tramite prodotti ittici contaminati ma non solo.

Il problema è serio, dunque, e non va sottovalutato l’impatto negativo dei comportamenti spesso sciatti e a volte omissivi delle amministrazioni, territoriali e non, riguardo a ciò e che ha a che fare con funzioni normali per cui i cittadini pagano le tasse (raccolta e smaltimento rifiuti) come del resto vanno anche segnalati quei comuni virtuosi che si stanno muovendo: Rimini, per esempio, o le spiagge del Salento, dove, nella stagione balneare che partirà tra qualche mese, sarà vietato l’uso di posate, stoviglie e bicchieri in plastica sulle spiagge. Anche la Sicilia ha aderito di recente all’iniziativa. Una campagna di sensibilizzazione e di mobilitazione in linea con il bando alla plastica lanciato a livello internazionale ed europeo e che mira a promuovere una maggiore consapevolezza e conoscenza dei danni provocati dall’abbandono dei rifiuti plastici.

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