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Il Pantheon per lui? Che pretesa arrogante…

Molte polemiche e nessuna vera domanda: perché l’aereo di Stato per l’ultimo volo del re?

Gli eredi alzano la posta e chiedono il Pantheon forse perché sperano che il centrodestra li accontenti

Ma Vittorio Emanuele III abbandonò Roma nel momento più tragico e così screditò l’istituzione monarchica

Abbiamo pagato dazio per l’ennesima volta alla Storia, quella con la maiuscola che scordiamo sempre.

Peccato solo che l’aiutino sia arrivato da una vicenda da rotocalco vecchia maniera: il ritorno in Italia della salma di Vittorio Emanuele III. Siccome ci hanno bombardato abbastanza su questa vicenda e lo hanno fatto praticamente tutti, dal Tg1 all’ultimo siterello piemontese, non è il caso di insistere nei dettagli.

Facciamo una sintesi: Re Sciaboletta, così lo soprannominava il cugino Amedeo d’Aosta che invece era un gran figo, è tornato in Italia a settant’anni dalla morte a bordo di un aereo di Stato su indicazione del Quirinale. Ora “Curtatone” riposa assieme alla sua “Montanara” (cioè la bella regina Elena, anche lei vittima dei nomignoli di Amedeo) nel Santuario di Vicoforte, nel cuore di quella provincia cuneese che forse è rimasta affezionata agli ex re.

Il resto è stato da copione: le polemiche, sacrosante, della Comunità ebraica, che ha rinfacciato il placet alle leggi razziali; quelle, un po’ più stereotipate, dell’Anpi, che ha fatto il consueto refresh a base di antifascismo militante; infine quelle di alcuni esponenti della sinistra, istituzionale e non, che si sono limitati a un pasticciato copia-e-incolla del consueto repertorio.

Noi, più semplicemente, ci poniamo una domanda: le tragedie della Storia possono davvero occultare la farsa del presente? E, se sì, fino a che punto?

L’aspetto più grave in tutta la vicenda è stato l’uso del volo di Stato, sulle modalità del quale l’Aeronautica militare si è prodotta in un imbarazzato silenzio, girando l’eventuale obbligo di risposta all’inquilino del Quirinale.

A questo punto è scontata un’altra domanda: di quali appoggi hanno goduto i Savoia, esuli fino a vent’anni fa, per poter ottenere il trasbordo della salma regale? Per caso c’entrano qualcosa le onorificenze cavalleresche che casa Savoia, in piena concorrenza coi cugini Borbone, distribuirebbe a piene mani a militari, politici, professionisti e quant’altro?

Perso il potere e incrinatosi il prestigio, resta l’araldica, che è anche un modo per socializzare in certo jet set. Detto altrimenti, di far massoneria senza i pesanti orpelli di grembiulini, clamidi, cappucci, riti e studi esoterici che i più non capiscono.

Ovviamente, questa è solo un’illazione, che tuttavia sarebbe gradevole veder smentita dalla pubblicazione dei piedilista, che gli ordini cavallereschi spesso eludono senza troppi problemi perché nessuno glielo impone con decisione.

Ma fin qui, al netto del fastidioso dettaglio dell’impiego di un mezzo pubblico, la vicenda sarebbe facilmente archiviabile nel settore che merita: il gossip.

E invece no: i Savoia non si sono accontentati della cerimonia ufficiale né del volo di Stato. Vittorio Emanuele IV e Sar Emanuele Filiberto pretendono il Pantheon e, magari, sotto sotto ci sperano, visto che le elezioni sono vicine e non è improbabile che le vinca quel centrodestra in cui gli ex re hanno qualche addentellato.

E tutto questo nonostante abbiano fatto di tutto (dai vizietti di papà Vittorio, finiti nei faldoni di Woodcock, alle olive e alle comparsate sanremesi di Emanuele Filiberto), per screditare l’idea di regalità e seppellire nei fatti quel residuo di cultura di destra su cui dovrebbe basarsi la legittimazione della monarchia.

Torniamo a Vittorio Emanuele III. E, nel farlo, ci scusiamo con gli amici di religione ebraica e, persino, con i militanti a oltranza dell’Anpi se non ne riprendiamo pedissequamente le legittime doglianze. Il problema è che l’ex re non può essere giudicato sui parametri di un “normale” capo di Stato, ma su quelli di un monarca.

Siccome nessuno l’ha fatto, ci proviamo noi.

Dunque, in quel tragico 1943 Vittorio Emanuele III era il capo di uno Stato “commissariato” alla meno peggio dopo il siluramento di Mussolini e di un esercito ridotto ai minimi termini. Le due cose, nel suo caso, erano intrecciate in maniera decisamente più stretta che per un presidente della Repubblica: un re non è capo dell’esercito perché capo dello Stato, ma proprio viceversa, perché il titolo di re è un titolo militare.

Ciò significa che Vittorio Emanuele aveva il doppio dei doveri di un presidente qualsiasi. Tra questi, senz’altro restare a Roma e, se del caso, lasciarci la pelle.

«La monarchia», disse il grande Montanelli nel commentare quella tragica fase della storia italiana, «non esiste per le cose serie, ma solo per le “fregnacce”, cioè l’onore, il prestigio e via discorrendo. E per queste “fregnacce” il re doveva essere disposto a morire se voleva salvare la monarchia e, per farlo, doveva restare a Roma». Altro che “fuga” a Salerno per salvare lo Stato, che poi è la pezza d’appoggio utilizzata da tutti i monarchici per coprire il vistoso strappo storico.

Né sono da prendere troppo sul serio le dichiarazioni del figlio Umberto II che, nel tentativo di rafforzare la pezza, ha sortito un effetto se possibile peggiore.

Vittorio Emanuele III, a sentire il “re di maggio”, lasciò Roma per evitare l’incrudelirsi dei combattimenti: sia da parte dei tedeschi, che ne avrebbero fatte di tre cotte, sia da parte degli Alleati, che avrebbero bombardato alla grande.

Siamo sicuri che questo non sia avvenuto? Risulta, invece (persino dai sussidiari delle Elementari) che, a dispetto della regia fuga, a Roma le bombe sono piovute lo stesso e che i tedeschi abbiano incrudelito alla grande comunque.

Nella capitale ci lasciarono le penne non pochi ufficiali che, fedeli fino all’ultimo allo Stato, rischiarono tantissimo in operazioni sotto copertura. A cose avvenute, è lecita un’ultima domanda: i Savoia meritavano tanto? È preferibile pensare che questi militari abbiano voluto sacrificarsi solo per il bene dell’Italia, che non li ha mai conosciuti o li ha dimenticati.

C’è da dire che il vizio della fuga è una costante dei monarchi italiani: ne diede il primo esempio Ferdinando IV di Borbone, quando mollò Napoli all’arrivo dei Francesi. Il che dà a pensare: forse i rapporti di parentela tra le due ex casate reali non sono proprio un caso.

Tornando all’oggi, chiudiamo con una riflessione: è giusto che nel Pantheon restino i monarchi che ci sono: quello che ha fatto l’Italia e il suo erede, morto per il solo fatto di essere re. Sciaboletta sta bene nel Cuneese, perché è già tanto che c’è arrivato.

Saverio Paletta

 

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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