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Il giudice delle minigonne: qual è il vero "segreto" di Bellomo?

Dopo la prima sanzione del Csm a Davide Nalin, restano pochi dubbi sulla sorte del consigliere di Stato Francesco Bellomo. Nel frattempo, la ex corsista Rosa Calvi fa una rivelazione inquietante: i prediletti di Bellomo avrebbero avuto accesso a non meglio precisati “segreti industriali”, relativi al concorso in magistratura. A cosa si riferisce? Non è infondato il dubbio che nei guai dell’ex enfant prodige della magistratura abbiano avuto un peso anche le rivalità tra togati. Ma in seguito a questa vicenda, drammatica in apparenza e boccaccesca nella sostanza, iniziano ad emergere anche i retroscena della preparazione del concorso più ambito dai laureati in Legge, che sembra essere diventata un business…

«Meno uno», ha commentato un frequentatore del gruppo Facebook di aspiranti magistrati in cui il sostituto procuratore di Rovigo Davide Nalin si sarebbe infiltrato, stando alle polemiche e alle accuse, per spiare le reazioni dei ragazzi impegnati nella preparazione del concorso in magistratura.

Com’è noto, Nalin ha subito la prima misura disciplinare dal Csm per la vicenda, a dir poco pruriginosa e a dire abbastanza un po’ inquietante, in cui è coinvolto: la sospensione cautelare dalla funzione e dallo stipendio. E ciò a dispetto della difesa puntigliosa proposta dal suo legale all’organo di autogoverno delle toghe.

Non c’è da gioire di questa decisione. Anzi: vuol dire non solo che c’è il marcio ma che questo sta venendo fuori, come il pus da una cisti da troppo tempo in suppurazione. Soprattutto, non c’è da gioire per Francesco Bellomo, il protagonista principale, e ora principale indagato, di questa brutta storia: l’adunanza plenaria in cui il Consiglio di Stato dovrà giudicarlo è prevista il 10 gennaio.

Ma a questo punto il procedimento disciplinare, in corso da tempo ma svelato al pubblico solo a partire dal giorno dell’Immacolata, potrebbe essere davvero il problema minore: su Bellomo, infatti, iniziano a pendere più inchieste per vari reati, soprattutto estorsione, istruite dalle Procure di Piacenza – la prima a essere informata dei comportamenti quantomeno poco ortodossi del magistrato – e di Bari.

Bellomo, che prima era noto a pochi (come capita a tutti i travet del potere) e aveva una fama controversa tra gli aspiranti magistrati, ora è nel mirino di tutti.

Dopo che il pasticciaccio brutto è venuto a galla, tutti puntano il dito nei confronti del magistrato amministrativo. Tra gli ultimi, Gianrico Carofiglio, di cui fu uditore, ha scaricato ufficialmente Bellomo: «Spero che mi consideri solo suo maestro di diritto», ha dichiarato il giudice-scrittore alcuni giorni fa in televisione. E ha aggiunto: «Se fosse vera solo la metà delle accuse saremmo davanti a un fatto gravissimo».

Il carico principale, tuttavia, lo ha gettato Rosa Calvi (per capirci, l’avvocata delle punturine per le borse sotto gli occhi), che ormai ribadisce le proprie accuse al consigliere di Stato non solo ai magistrati che lo indagano ma in tutte le tribune mediatiche. Al riguardo, val la pena di soffermarsi su un passaggio dell’avvocata, che lascia intendere molto più di quanto non dica: «I borsisti avevano diritto non solo alla preparazione individuale, ma potevano accedere ai “segreti industriali” per la preparazione del concorso».

La Calvi richiama, con quest’ultimo dettaglio, la particolare struttura della scuola di Bellomo, che è emersa, non sempre a dire il vero in maniera chiarissima, dai resoconti giornalistici dell’inchiesta.

IQ, questo il nome della scuola, sarebbe costituita da due cerchi concentrici: il primo, più esterno, composto dalla quasi totalità degli allievi. Cioè da chi pagava circa duemila euro annui per seguire le lezioni di Bellomo e apprendere sulla base del suo metodo particolare. La gente comune, la massa, insomma.

Il secondo cerchio, quello più interno, sarebbe stato costituito dai borsisti. Cioè da chi, in cambio di tremila euro annui, delle lezioni individuali e, appunto, dei segreti industriali, avrebbe accettato, dopo essersi sottoposto a selezione, le clausole comportamentali che hanno inguaiato Bellomo: cioè il dress code e la compiacenza ai desiderata del maestro (o meglio, dell’agente superiore).

Si è detto, forse non a torto, che il magistrato forse volesse creare una specie di setta. Quasi un gruppo esoterico e probabilmente non nel senso nobile dei pitagorici. Bene: non c’è setta senza un segreto.

E allora: quale sarebbe il segreto industriale a cui ha alluso l’avvocata Calvi? Ha forse qualcosa a che fare col motivo per cui in tantissimi, anche chi non se ne poteva permettere i costi, hanno affollato le scuole di magistratura?

La speranza comune a molti non era imparare a scrivere un tema (cosa legittima, visto che i corsi di laurea in Legge sono essenzialmente orali) o acquisire la forma mentis richiesta a un magistrato: più prosaicamente, era di azzeccare le tracce delle prove scritte. Anche questa è una speranza legittima, visto che negli ultimi sette anni i temi assegnati erano così specifici da sembrare quiz. E non è un caso che molte delle polemiche esplose subito dopo l’espletamento degli scritti riguardassero soprattutto l’eccessiva specificità delle tracce.

C’è da dire altro?

Forse. E cioè che Bellomo non rischia di pagare solo per le proprie (ripetiamo: presunte) responsabilità, ma rischia soprattutto di subire gli esiti di una guerra sordida, esplosa proprio nel mondo delle toghe, di cui s’intravedono le prime grandi manovre.

Già: lui è indagato anche per lesioni. Ma c’è da dire che, considerata la natura contrattuale delle vessazioni di cui è accusato, occorre capire fino a che punto molte delle presunte vittime siano davvero tali.

L’aspetto più vistoso è quello finanziario: la scuola IQ rendeva circa seicentomila euro annui e, in quanto tale, è stata una vistosa concorrente di altri corsi, tutti tenuti da magistrati amministrativi di chiara fama. Tra questi spicca il corso dinamico di Roberto Giovagnoli.

Con Bellomo, Giovagnoli non ha in comune solo lo status di magistrato amministrativo, l’unico che consente di tenere corsi per aspiranti magistrati. Ma – lo ha ricordato Alessio Liberati nel suo blog su Il Fatto Quotidiano – di essere diventato consigliere di Stato dopo aver vinto il concorso del 2006. Questo concorso fu impugnato per pesanti irregolarità (tra le quali la presunta mancanza di titoli di Giovagnoli) in prima battuta riconosciute dal Tar. Ma la vicenda finì a tarallucci e vino davanti al Consiglio di Stato.

Non senza qualche strascico giudiziario: Giovagnoli citò in giudizio Report per danno d’immagine ma perse la causa. Quest’ultimo potrebbe essere un altro tratto, stavolta caratteriale, che accomuna i due magistrati: la denuncia facile.

Se i veleni che girano, nel Csm e a Palazzo Spada, sono questi, c’è ancora molto da dietrologare. Anche perché stavolta in questi procedimenti, che invece di solito avvengono a porte chiuse come capita sempre quando si è giudicati dai propri simili, c’è il terzo incluso: l’opinione pubblica. Che ormai, in seguito al battage mediatico sul giudice delle minigonne, è informata anche sul business della preparazione al concorso in magistratura. O meglio, sul fatto che quest’ultima, grazie alle crescenti disfunzioni delle Università, sia diventata un business.

La sorte di Bellomo, salvi i classici rivolgimenti dell’ultim’ora, sembra segnata, soprattutto ora che, in seguito ai primi esiti del procedimento a carico di Nalin, ha iniziato a prendere corpo una prima verità, che possiamo definire disciplinare: il Csm, infatti, ha riconosciuto che il pm rodigino era un comparuzzo del consigliere barese. Ma questa storia, che ricorda un racconto boccaccesco appena colorito di dramma, potrebbe essere solo l’inizio.

Per saperne di più:

 Il blog di Alessio Liberati-1

Il blog di Alessio Liberati-2

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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