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Le due vite di Angelina Romano

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Un giovane studioso rilegge la tragedia della bimba siciliana morta nel 1862 durante la rivolta di Castellammare del Golfo alla luce dei documenti storici, dell’epoca e non, e ricostruisce l’origine del “mito” costruito in tempi recenti dai neborbonici sulla piccola vittima

Il caso di Angelina Romano

L’icona di Angelina Romano fa parte – insieme alla fortezza di Fenestrelle, ai comuni di Pontelandolfo e Casalduni e al Museo Lombroso dei topoi della narrazione neoborb. Ma mentre per questi ultimi le mistificazioni, le ricostruzioni faziose o parziali, quando non direttamente fantasiose, degli storici à la carte sono state puntualmente smentite da rigorosi lavori di accademici e ricercatori, il mito della bambina martire dell’unificazione sembra persistere. Anche in questo caso però storia e contro-storia sono difficilmente conciliabili.

Una veduta di Castellammare del Golfo

I fatti

Nella notte tra il due e il tre gennaio 1862 giunsero, a Castellammare del Golfo, due navi cariche di soldati per reprimere la rivolta[1] scoppiata in città quarantott’ore prima[2]. I militari agli ordini del generale Quintini non riuscirono però, nelle prime fasi dell’operazione, ad accerchiare gli insorti e subirono, al contrario, gravi perdite[3]. Con le vie di fuga ancora percorribili molti ribelli scelsero di rifugiarsi fra gli «impenetrabili anfratti» dei monti vicini, altri si nascosero dai parenti[4]; un gruppetto fu invece intercettato dalle truppe italiane mentre risaliva la strada che conduce in contrada dei Fraginesi. Tra di loro vi erano un sacerdote, un contadino, un anziano artigiano e tre donne; al sopraggiungere del Quintini, ne fu ordinata la fucilazione immediata. Quella reazione, benché esagerata, è stata interpretata come una rappresaglia dura, come nei costumi e nella prassi del tempo, o, più concretamente, come risposta esemplare alle rilevanti vittime registrate in quei due giorni fra le truppe militari[5]. Dell’esecuzione non si parlo più, nemmeno durante il processo davanti alla Corte d’Assise di Trapani[6], ma fu cura dell’arciprete dell’epoca, don Girolamo Galante, annotare i nomi dei caduti e il luogo del decesso nei registri parrocchiali della chiesa Madre di Castellamare[7]. Accanto alle generalità dei sei fucilati compare il nome di Angela Romano, «filia Petri et Joanna Pollina consortis. Etatis suae ano 9 circa», deceduta come gli altri in località Falconera «a militibus Regis Italiae»[8].

Il generale Pietro Quintini

Il primo a darne notizia nei resoconti sulla rivolta è il Costanza, che parla di equivoco e «coinvolgimento incidentale» negli scontri, pur senza escludere la possibilità che fosse tra le vittime dirette della rappresaglia[9]. A far propendere per la prima ipotesi, condivisa fra l’altro anche dal Pezzino[10], sono due passaggi relativi alla dinamica di un possibile conflitto a fuoco fra esercito e gruppo di insorti di cui la piccola Romano si ritrovò, suo malgrado, a far parte. Il Giornale Officiale di Sicilia il 5 gennaio 1862 riportò la notizia di sei rivoltosi sorpresi «colle armi alle mani e in atto di far fuoco contro le truppe»[11], tra cui figurava un sacerdote. La seconda fonte, anch’essa coeva, è data dagli scritti del Calandra che riferisce d’un «prete brigante e compagni» che avevano dato filo da torcere ai soldati battendosi «d’una pagliaia distante due tiri a palla di fucile da caccia da Castellammare»[12]. È plausibile quindi che la bambina sia rimasta uccisa per sbaglio, come vittima collaterale, da una raffica sparata dall’esercito contro i rivoltosi in fuga verso le campagne. Purtroppo le fonti di cui disponiamo, al momento, non permettono ricostruzioni più esaurienti.

Contemporaneità e mediatizzazione.

La foto fake utilizzata per raccontare il caso di Angelina Romano

La vicenda umana di Angela Romano si concluse, prematuramente, il 3 gennaio 1862.

Ci vollero, come abbiamo visto, oltre cento anni prima che la storiografia si accorgesse di lei; oggi, dopo altri trenta, con una battuta si potrebbe dire che anche la fotografia l’ha notata. C’è qualcuno infatti che rivendicandone una nuova “paternità”, si sta appropriando del suo nome e della sua storia, modificandoli, cucendole addosso una biografia non sua e strumentalizzandone il ricordo per rivendicazioni politiche. Nella prefazione a I Savoia e il massacro del Sud (Antonio Ciano, Magenes, Milano 2011) il giornalista Pino Aprile si congratula con l’autore per le «prove raccolte sulla fucilazione di una bambina siciliana». Ed è stato lo stesso Ciano a raccontare, durante un suo intervento pubblico (reperibile on-line)[13], di come, tramite una sua conoscente e il supporto di uno studioso locale abbia avuto accesso agli archivi parrocchiali. Da quel momento Angela, divenuta nel frattempo Angelina, ha assunto prima le sembianze di una bambina indiana e poi siriana, ha condotto una vita normale, forse più simile a quella di una millennial, tanto da diventare così famosa da avere quattro strade intestate a lei (Gaeta, Cosenza, Castellammare del Golfo, Lamezia Terme). Si narra che ora abbia persino la possibilità di rimpiazzare con una sua statua (e chissà con quali lineamenti la tratteggeranno questa volta) un pluridecorato generale e politico italiano.

Federico Palmieri


[1] Per approfondire sulla rivolta e moventi profondi: P. Pezzino, La rivolta di Castellammare del Golfo in Paradiso abitato dai diavoli. Società, élites, istituzioni nel Mezzogiorno contemporaneo, FrancoAngeli s.r.l Milano 1992, pagg. 183-201

[2] http://www.trapaninostra.it/libri/salvatore_costanza/La_patria_armata/S_Costanza_-_La_patria_armata_-_011.htm il racconto completo è in S. Costanza La Patria Armata: un episodio della rivolta antileva in Sicilia, Arti Grafiche Corrao, Trapani 1989. La ricerca riproduce, ampliandolo, lo studio pubblicato nel fascicolo speciale dei Nuovi Quaderni del Meridione dedicato alla rivoluzione palermitana del settembre 1866 (n.16, ottobre/dicembre 1966, pagg. 419-38)

[3] Tra queste la più rilevante è quella del capitano Carlo Mazzetti, veterano delle guerre d’indipendenza, a cui fu dedicato un sarcofago con epigrafe commemorativa nel cimitero di Castellammare. G. Calandra, I casi di Castellammare del Golfo colle loro prime cause, Tipografia Michele Amenta, Palermo 1862, pag. 40

[4] http://www.trapaninostra.it/libri/salvatore_costanza/La_patria_armata/S_Costanza_-_La_patria_armata_-_011.htm, op.cit

[5] Ivi, P. Pezzino, La rivolta di Castellammare…op.cit., pag. 190

[6] Ibidem, pag. 191

I documenti utili alla ricostruzione della vicenda e successivo processo, consultati dall’autore, sono contenuti in Archivio di Stato di Palermo, Corte di appello di Palermo, Sentenze sezione di accusa, vol. 1253 (aprile-maggio 1863), Archivio Centrale dello Stato, Ministero di Grazia e Giustizia, Direzione generale affari penali, Miscellanea, b.1, 1862, fasc. 55, Moti Castellammare.

[7]Archivio Municipale Castellammare, Liber defunctorum huius Venerabilis Matricis Ecclesiae Castriadmare de Gulpho, D. 33 (1859-1865), 1862, ff. 80r-80v: don Benedetto Palermo di Leonardo; Antonino Corona (anni 70) fu Bartolomeo, nato a Gibellina e sposato a Paola Coci; Marco Randisi (anni 45) di Francesco e Vincenza Messina, sposato ad Antonia Lombardo; Marianna Crociata (anni 30) di Antonino e Antonia Messina sposata a Giuseppe Provenzano; Angela Catalano (anni 50), vedova di Giuseppe Di Bona; Angela Calamia (anni 70) fu Pietro e Margherita Gallo, sposata a Pietro Colomba.

[8] op.cit e in AMC, Liber defunctorum…op.cit., f. 80v

[9] http://www.trapaninostra.it/libri/salvatore_costanza/La_patria_armata/S_Costanza_-_La_patria_armata_-_011.htm,

[10] P. Pezzino, La rivolta di Castellammare…, pag. 190

[11] http://www.trapaninostra.it/libri/salvatore_costanza/La_patria_armata/S_Costanza_-_La_patria_armata_-_011.htm, op.cit.;

[12] G. Calandra, I casi di Castellammare del Golfo colle loro prime cause, Tipografia Michele Amenta, Palermo 1862, pag. 40

[13] http://briganterocco.blogspot.com/2016/06/il-solco-argilloso-e-angelina-romano-8.html

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