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Giuristi o razza padrona? I magistrati secondo Bellomo…

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Non si sarebbe limitato alla lunghezza delle gonne e ai compagni di vita degli allievi prediletti. Il consigliere di Stato ora sotto procedimento aveva creato dei criteri di selezione che poco hanno a che fare col diritto, tra cui il sangue freddo e la bellezza esteriore. Chi, oltre a essere preparato, li possiede, può sperare in una borsa di studio. Gli altri pagano 6mila e rotti euro all’anno. E dire che è solo una scuola privata…

L’hanno spacciata per chissà che scandalo. In realtà, la vicenda di Francesco Bellomo, già enfant prodige del diritto e ora direttore di una delle scuole più note di preparazione al concorso in magistratura, somiglia a un gossip.

La storia, ha ricordato Il Mattino, è iniziata con la denuncia del genitore di un’allieva ed ex compagna del magistrato pugliese, a cui però non è seguita alcuna denuncia penale ma solo il procedimento disciplinare davanti al Consiglio di Stato, riportato nell’edizione dell’Immacolata da Il Fatto Quotidiano, in cui i consiglieri di Stato decideranno entro 90 giorni il destino del loro collega Bellomo.

L’ultima parola, in ogni caso, spetterà al Ministero della Giustizia o, nei casi più gravi, al Presidente della Repubblica, che dovranno recepire l’eventuale sanzione in un decreto.

Può bastare questo a far capire che le possibilità di buttare tutto in politica non sono poche, sebbene Alessandro Pajno, presidente del supremo organo di giustizia amministrativa, dia più di una garanzia di sobrietà e rigore.

Già: tutti i corsi di magistratura sono tenuti in gran parte da magistrati amministrativi, la maggior parte dei quali fanno parte del Consiglio di Stato. Perciò potrebbe essere scontato il dubbio che nel procedimento disciplinare peseranno, oltre che le logiche di casta, anche le rivalità imprenditoriali tra le scuole che fanno capo ai vari signori del concorso.

Detto altrimenti, Pajno avrà il suo bel da fare per arrivare a un verdetto giuridicamente corretto e, allo stesso tempo, convincente per l’opinione pubblica, sia nel caso di un’assoluzione sia in quello di una censura all’illustre collega.

Bellomo, dal canto suo, è uno che si fa notare. Ad esempio, alcuni partecipanti all’ultimo concorso in magistratura, giurano di averlo veduto alla Fiera di Roma, intento a spiegare la traccia di Diritto amministrativo ai candidati che uscivano dall’aula dopo aver svolto la prova. Un’operazione di marketing in apparenza impeccabile: vestito in pantalone e t-shirt bianca e giubottino di pelle nera, a dispetto del caldo di luglio, Bellomo spulciava gli schemi e gli appunti che gli porgeva una collaboratrice che indossava un vestitino bianco in pizzo Sangallo e scarpette di vernice.

A lato del giardinetto all’ingresso della Fiera era parcheggiata una Ferrari. Bellezza, più di lei che di lui, fashion e quattrini, esibiti forse senza il buongusto che sarebbe lecito pretendere da uno studioso. Insomma, non mancava nulla per completare la coreografia anni ’80 di cui Bellomo si sarebbe servito per realizzare lo spot estemporaneo alla sua Diritto e Scienza, ritenuta una delle scuole migliori per aspiranti magistrati.

Di sicuro questi corsi sono i più costosi: 1.900 e rotti euro a trimestre più 270 di quota d’iscrizione, tolti i testi e la rivista scientifica, anch’essa intitolata Diritto e Scienza.

E il sito web, piuttosto succinto, della scuola cerca di far capire, agli aspiranti studenti e ai loro genitori che continuano a sborsare, che questi soldi sono ben spesi. Una cosa sobria, ma con un dettaglio inquietante: il logo IQ, che campeggia, in bianco in un tondino blu, nel centro della pagina. Può voler dire Quoziente Intellettivo, con un sottinteso non bellissimo: questa scuola mira ai geni. Lo dimostra anche la composizione del comitato scientifico, in cui i giuristi sono una minoranza tra scienziati di vario tipo, tra cui matematici, logici, psichiatri ed esperti in comunicazione, anche informatica.

Le doglianze del genitore della corsista, dalle quali è partito l’esposto amministrativo, gettano ombre sinistre.

Procediamo con ordine. Il problema non riguarda gli iscritti paganti, ammessi comunque a corsi a numero chiuso per un massimo di 60 frequentanti (100 a Roma), che consentono a Diritto e Scienza di fatturare quasi due milioni di euro annui, ma i borsisti, cioè gli studenti finanziati direttamente dalla società con 3mila euro e a cui è consentito di frequentare gratis il corso per magistrati e per l’esame da avvocato e di scrivere sulla rivista.

In pratica, la scuola diretta da Bellomo istituisce un doppio binario: da una parte i paganti, dall’altra gli eletti, visto che i criteri di selezione per gli aspiranti borsisti sono piuttosto calvinisti. Ne fa fede il preambolo di presentazione delle borse, che riportiamo per intero:

«A partire dal 2009-2010 la società “Diritto e Scienza” ha avviato un programma di periodica selezione delle migliori giovani menti giuridiche italiane, da addestrare nei corsi di formazione avanzata in funzione di un successivo inserimento nell’attività scientifica e didattica della società.

A tal fine sono istituite borse di studio annuali per consentire ai vincitori la frequenza integrale dei percorsi formativi, sotto la diretta supervisione del Direttore scientifico della società. Conformemente agli obiettivi statutari ed all’orientamento metodologico seguito, la scelta è indirizzata a soggetti laureati o laureandi in giurisprudenza che dimostrino il possesso di attitudini – e non solo di preparazione – di ordine superiore. Tale requisito sarà verificato, all’esito di un prima selezione per titoli, tramite un esame del candidato, articolato su quesiti di natura giuridica e logico-scientifica».

Nulla di male in tutto ciò: al pari di qualsiasi privato, anche la società Diritto e Scienza premia chi vuole con i criteri che reputa più opportuni.

Il bando ci chiarisce quali sono. Innanzitutto, ci sono i criteri formali. Chi vuole entrare nel cerchio magico di Bellomo deve essersi laureato col massimo dei voti in un’Università del Centro-Sud (in pratica, dalla Toscana in giù) e, a seconda dei casi, aver già conseguito l’abilitazione alla professione forense oppure il dottorato di ricerca.

Come in Higlander, ne resteranno pochi. Cinque, per la precisione.

La finalissima, visto che la borsa di studio è una, si vince o si perde sulla base del possesso di requisiti che saranno valutati dal direttore, cioè Bellomo stesso: rispetto del principio di non contraddizione, comprensione dei rapporti di causalità, controllo dell’emotività, eccellenza nell’immagine esteriore.

Che cosa si intenda con quest’ultima, lo si intuisce dalle varie foto pubblicate nel sito web della società in cui il giudice è ritratto sorridente in compagnia di belle ragazze. Certo è che nessuno di questi requisiti è giuridico, perché in fin dei conti i magistrati non devono essere belli e sfacciati né potenziali matematici, ma solo competenti nelle loro matiere.

Ma non c’è nulla di illegale nelle scelte alternative del giudice Bellomo: un privato premia chi vuole sulla base dei requisiti che preferisce, ripetiamo, anche se questi requisiti appaiono quelli non di una élite di giuristi, ma di una razza padrona.

Su questo presupposto, non meraviglia che il genitore della corsista di Bellomo abbia lamentato i presunti abusi per cui si è aperto il procedimento disciplinare. Se uno vuole i propri adepti belli ed efficientisti al limite dell’insensibilità, può essere plausibile imporre loro regole per l’abbigliamento e addirittura sindacare la scelta del compagno/a di vita, come Bellomo è stato accusato di aver fatto.

Di questo giovane giudice, in cui genio e sregolatezza si mescolano in un cocktail micidiale, si parla dal 2009. A partire da un articolo con cui L’Espresso faceva i conti in tasca ai vertici del Consiglio di Stato, incluso Bellomo, che vertice forse non è mai stato, ma viene menzionato come doppiolavorista, con riferimento alla società Diritto e Scienza, da cui prendeva 35mila euro annui di extra oltre al corposo stipendio di consigliere di Stato.

Tralasciamo la vicenda specifica, che riguarda la ex borsista ed ex punto di Bellomo (ma come, l’autocontrollo, che è requisito richiesto ai discenti, non conta per i docenti?), per chiudere con una riflessione.

L’ultimo concorso in magistratura è stato il meno chiacchierato perché, una volta tanto, sono uscite tracce all’antica, cioè impostate su tematiche generali e non su quesiti ultraspecifici.

Inutile dire che quest’ultimo criterio ha consentito alle scuole di magistratura di fare il pieno, non fosse altro perché chi si iscriveva sperava in molti casi di azzeccare anzitempo la traccia (dettaglio confermato dal fatto che alcune tracce, in effetti, risultavano già svolte in alcune delle scuole più gettonate).

Fosse così, un plauso al ministro della Giustizia, che forse ha contribuito al ritorno di modalità più normali (che non vuol dire facili) nello svolgimento del concorso. Se questa tendenza fosse confermata anche nelle prossime prove, che si svolgeranno a partire da gennaio, si potrebbe assistere a una normalizzazione delle scuole di magistratura, che non sarebbero più quizzifici ma potrebbero sfruttare al meglio l’alta levatura intellettuale dei docenti per correggere le inefficienze dell’attuale sistema universitario e, finalmente, ricavare dei giuristi veri dai tanti laureati che affollano le aule di giustizia.

Anche i brutti, timidi ed emotivi ringraziano.

Per saperne di più:

L’articolo dell’Espresso

L’articolo del Mattino

L’articolo di Mauro Malafronte

L’articolo di Qualcosa di Napoli

Il sito di Diritto e Scienza

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

Comments

There are 2 comments for this article
  1. Anita Manfrini Luglio 10, 2019 4:32 pm

    E’ ancora più inquietante, dopo aver letto della vicenda, sapere che qualche borsista in questi ultimi 10 anni avrà superato il concorso grazie a Bellomo. Potrà allora permettersi di sentenziare che “la donna era troppo mascolina per essere violentata….” od altro sullo stesso tenore. Gli psicologi insegnano che chi ha subito deve poi potersi rivalere….

    • Saverio Paletta Luglio 12, 2019 9:47 am

      Egregia Anita,
      Io mi limito a rilevare alcune cose.
      Innanzitutto: prima che lo scandalo scoppiasse, Bellomo riscuoteva successo tra gli aspiranti magistrati e non pochi tra loro erano disporsi a sborsare (presumibilmente coi quattrini dei genitori) le rette esose richieste dall’ex giudice.
      In secondo luogo: è vero che uno dei tormentoni pubblicitari dell’ex giudice consisteva nel dire che molti propri allievi avevano superato il concorso, in misura ben maggiore rispetto a quelli di altri corsi e scuole di formazione. Al riguardo, sarebbe interessante ricostruire il numero esatto degli ex corsisti di Bellomo che oggi vestono la toga, le loro carriere e le loro biografie, magari per smentire ciò che malignano in molti.
      In terzo luogo, la massima da Lei citata è aberrante. Ma siamo sicuri che sia finita da una sentenza di cui Bellomo sia l’ispiratore quantomeno indiretto?
      Andiamoci cauti nell’attribuire all’ex magistrato nequizie di ogni sorta, che magari eccedono le presunte colpe che i suoi colleghi prima e gli inquirenti ora, giustamente, gli contestano.
      In vicende come queste, la miglior risposta è il garantismo: è difficile credere che Bellomo sia un “mostro”, di fronte all’evidenza di gente disposta a farsi spennare per partecipare ai suoi corsi o – peggio – a scendere a compromessi poco dignitosi per far parte del suo “inner circle”. Diciamo pure, semmai, che il “messaggio” dell’ex magistrato trovava sin troppe orecchie bendisposte ad accoglierlo. Ed è questo che deve preoccupare.
      Cordialmente,
      Saverio Paletta

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