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Inizia (stavolta davvero) il ricorso in Cassazione contro il Museo Lombroso

Gli avvocati del Comune di Motta Santa Lucia e del Comitato no Lombroso danno inizio all’ultima battaglia giudiziaria per ottenere le spoglie di Giuseppe Villella

Molta retorica per annunciare, a dire il vero un po’ in sordina, quello che, a questo punto, è quasi un atto dovuto: i legali del Comitato tecnico scientifico “no Lombroso”  hanno depositato il ricorso in Cassazione contro la sentenza con cui la scorsa primavera la Corte d’Appello di Catanzaro aveva rigettato la richiesta del Comune catanzarese di Motta Santa Lucia di ottenere il cranio di Giuseppe Villella, attualmente custodito dal Museo Lombroso di Torino.

Non parliamo di atto dovuto per caso: il ricorso in Cassazione era stato annunciato da Amedeo Colacino, il sindaco di Motta, e dal Comitato ecc. ecc., che lo aveva fiancheggiato nel processo, sin dai giorni successivi alla pubblicazione della sentenza d’Appello.

L’annuncio non fu dato a caso: il Comitato ecc. ecc., infatti, aveva lanciato una campagna di crowfunding per finanziare il ricorso alla Suprema Corte. E c’è da dire che il battage ha funzionato, visto che, si apprende dalla pagina Facebook degli antilombrosiani, a novembre risultavano raccolti 6mila e 275 euro, mica spiccioli.

Con questa somma il poker di avvocati ingaggiato dal comitato (Gianluca Bozzelli del Foro di Napoli e leader storico del movimento neoborbonico Insorgenza Civile, Caterina Egeo del Foro di Lamezia Terme, legale del Comitato ecc. ecc. e moglie del sindaco Colacino, e i cassazionisti Fabio ed Enrico Signorelli del Foro di Milano) può dare il via all’ultimo atto del più bizzarro processo della storia della Calabria.

È appena il caso di riportare i tratti salienti di questa vicenda, esplosa nelle cronache di qualche anno fa e ora in riflusso.

Giuseppe Villella era un pastore originario di Motta Santa Lucia e morto di tisi nel 1864 nel carcere di Pavia, dov’era finito in seguito a una condanna per reati comuni.

Dallo studio del suo cranio, il medico veronese Cesare Lombroso ricavò la teoria del delinquente nato, che gli avrebbe dato una fama enorme e controversa.

Il Comitato tecnico-scientifico “no Lombroso” si costituì nel 2009, su iniziativa di Domenico Iannantuoni, un ingegnere milanese di origini pugliesi che militava da tempo negli ambienti neoborbonici. Giusto in tempo per approfittare dell’occasione di polemica offerta dalla riapertura del Museo Lombroso di Torino, in cui, appunto, è custodito il cranio di Villella, fino ad allora considerato erroneamente un brigante.

È stato fin troppo facile per i neoborbonici andare alla carica del Museo e considerare Lombroso, che aveva sezionato il cranio di un brigante calabrese, una specie di Mengele, padre del pregiudizio scientifico antimeridionale.

Il battage politico-culturale si è trasformato in battaglia giudiziaria in seguito all’adesione del sindaco Colacino al Comitato ecc. ecc..

Una battaglia vinta in prima battuta, cioè nel 2012, quando il giudice monocratico di Lamezia Terme diede ragione al Comune di Motta Santa Lucia e impose al Museo con un’ordinanza la restituzione del cranio.

Ma c’è da dire che, nel frattempo, la battaglia ideologica del Comitato ecc. ecc. ha perso terreno.

Innanzitutto, in seguito alla ricerca dell’antropologa Maria Teresa Milicia, che nel 2014 ha pubblicato Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso, uno studio fondamentale che svela la reale identità di Villella (di pastore e non di brigante) e fa giustizia di tanti luoghi comuni su Lombroso, in particolare di quello secondo cui il medico veronese sarebbe stato l’ideologo del pregiudizio antimeridionale su basi addirittura biologiche.

Poi, la scorsa primavera, la sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro ha ribaltato il verdetto di Lamezia in maniera particolare: i magistrati del capoluogo calabrese hanno dato ragione nel merito al Museo Lombroso sulla base di un’assimilazione dei resti umani lì conservati alle reliquie dei santi, con cui viene sancito il loro status di beni culturali. Inoltre, i magistrati calabresi hanno riconosciuto ad Anna Rosaria Bevacqua (rappresentata in giudizio dal figlio Pietro Esposito), lo status di discendente di Villella

C’è anche da dire che, nel frattempo, almeno in Calabria, si sono diradati anche i fiancheggiatori politici del Comitato ecc. ecc., che in prima battuta ne avevano sposato le tesi con un certo entusiasmo: ci si riferisce al deputato di Forza Italia Roberto Occhiuto (allora nell’Udc) e al consigliere regionale Orlandino Greco.

Questa battaglia finale è iniziata con un prevedibile ritardo perché i legali hanno depositato il ricorso quasi alla scadenza del termine. Una mossa politica, la loro, facilmente intuibile: cercare di far coincidere l’eventuale verdetto o con la celebrazione del Giorno della memoria per le vittime dell’Unità d’Italia, approvata finora in maniera inequivocabile dal solo Consiglio regionale della Puglia o, al più tardi, con le elezioni politiche.

Qualora le cose si mettessero male, e i soldi dei donatori risultassero perciò sprecati, i clamori dei due eventi seppellirebbero la vicenda. Se, invece, il Comitato ecc. ecc. ottenesse qualche risultato, i suoi animatori potrebbero rivendicarlo come vittoria politica negli ambienti neoborbonici da cui provengono in larga parte, soprattutto Iannantuoni, anche perché in fin dei conti la battaglia giudiziaria contro il Museo Lombroso è stato il primo tentativo di far emergere a livello istituzionale le tesi, fino ad allora piuttosto di nicchia della galassia neoborbonica.

Comunque vada, la contesa del Comitato ecc. ecc. è ormai una faccenda da azzeccagarbugli, visto che la Cassazione non può modificare il merito, deciso inequivocabilmente dai giudici dell’Appello, né alterare la storia, che è stata sì riscritta, ma non secondo i desideri dei neoborbonici.

Giusto una domanda per concludere: se anche gli ermellini dessero torto al Comitato, cosa faranno gli intellettuali neoborbonici? li accuseranno di essere antimeridionali, come ha già fatto Pino Aprile con i giudici catanzaresi, oppure prenderanno atto, una buona volta, della sconfitta?

 

 

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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