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Populisti? In fondo lo siamo un po’ tutti

Perché i movimenti post politici vincono, a dispetto della pochezza delle loro classi dirigenti? Tutta questione di empatia e di capacità di sintonizzarsi sugli umori dell’elettorato, a cui danno risposte immediate, anche se non concrete. Possono far storcere il naso ma non devono essere sottovalutati. E le élite liberali devono correre ai ripari: ne va del futuro delle democrazie occidentali e non solo

I movimenti populisti sono ormai sempre più in crescita e le democrazie rappresentative sempre più sotto scacco.

Dall’Europa all’America Latina passando dall’Atlantico per l’America di Trump, il populismo si diffonde a macchia d’olio in più o meno tutti i continenti. Questi movimenti, che variano a seconda delle caratteristiche ambientali, hanno alcune caratteristiche comuni: senz’altro il messaggio anti-establishment e poi una concezione polarizzatrice della competizione politica, che rievoca la dicotomia schmittiana amico-nemico.

Donald Trump

Ma l’aspetto più peculiare del populismo sta nella sua capacità post politica e postmoderna, di superare la classica distinzione tra destra e sinistra, tipica invece della modernità, e di utilizzare elementi dei due poli in maniera inedita. Di sicuro è di sinistra, ad esempio, la polemica contro la casta, usata dai populisti quando sono all’opposizione con uno schema piuttosto semplice, esplicito nella comunicazione del Movimento 5 Selle, ma utilizzato anche dalla Lega: le maggioranze governative sono etichettate come establishment, laddove i competitor populisti si legittimano come rappresentanti del popolo, del suo spirito e persino delle sue pulsioni. Tuttavia, questo richiamo all’anima popolare (se si vuole, al Volkgeist), diventa di destra laddove su quest’identità si fondano le contrapposizioni contro i gruppi allogeni. E non è un caso che la polemica anti-migranti, lanciata dal Front National in Francia negli anni ’90 e ripresa dalla Lega, abbia fatto breccia anche in porzioni dell’elettorato di sinistra, provenienti da quel mondo operaio che in passato votava il Pci.

Matteo Salvini

L’attuale populismo, che in Italia ha per protagonisti Lega e M5S, in Francia è ora rappresentato dai Gilets Jaunes, che addirittura si pongono fuori in maniera netta dalla forma partito, e in Brasile da Bolsonaro, che prosegue nella personalizzazione della leaderhip inaugurata da Trump.

Piuttosto destrorso il populismo dell’Europa dell’Est, che è fortemente marcato da tendenze nazionaliste come nel caso del Pis (Partito di diritto e giustizia) il partito nazionalista polacco di Andrzej Duda presidente del paese dal 2015 o come nel caso dell’Ungheria dove Viktor Orbán primo ministro dal 2010 è leader di un partito che mescola il nazionalismo con l’euroscetticismo e il sovranismo. E ancora elementi populisti possiamo trovarli anche nella Russia di Putin, laddove oltre alla retorica nazionalista sui valori e le tradizioni russe, il leader russo cerca ad esempio di aumentare la propria popolarità anche all’estero cercando di combattere la russofobia e diffidenza delle potenze occidentali.

Andrzej Duda

Se dunque come abbiamo visto sotto l’etichetta di populismo vengono inseriti esempi differenti, ciascuno di questi ha delle ragioni e delle caratteristiche peculiari. Cerchiamo però di capire quali sono gli elementi del loro successo.

È vero che il populismo sta egemonizzando la cultura di massa, caratterizzandola in maniera negativa con eccessi violenti. Ma è altrettanto vero che questo declino tocca tutta l’azione politica, sempre più caratterizzata da rabbia, incompetenza e pressapochismo, piuttosto che essere un momento di contemperamento di interessi, luogo di costruzione di una società basata sulle virtù del pluralismo e garante degli equilibri e dei contrappesi.

Vladimir Putin

Perciò non basta bollare il fenomeno con l’atteggiamento da radical chic di chi dichiaratamente si definisce anti-populista senza coglierne invece motivazioni e istanze e comprenderne le ragioni.

Da cosa nasce dunque il populismo? Non solo dalla paura, dalla povertà e dalla incertezza ma anche dalla separazione tra il potere da un lato e i cittadini dall’altro.

Viktor Orbàm

Sovranismo e populismo sono una reazione alle inefficienze del sistema liberale e globale di mercato e i populismi, sia di sinistra sia di destra, si fondano sul culto del leader, che si concretizza nel progressivo trasferimento di potere dal Parlamento agli esecutivi in nome di una maggiore governabilità, laddove invece i Parlamenti per la democrazia liberale sono i veri custodi della sovranità popolare.

Credere o essere convinti del fatto che il populismo o i movimenti sovranisti nascano soltanto perché l’elettorato è irrazionale e mosso dalla paura è un errore. La crescita a livello internazionale dei partiti populisti è piuttosto dovuta al fatto che i cosiddetti partiti tradizionali hanno lasciato il campo soltanto all’economia e alle regole della globalizzazione relegando la politica a mantenere soltanto un ruolo marginale.

Demonizzare i sovranismi a priori senza però comprendere le istanze di cui si fanno portavoce è senza dubbio già di per sé una sconfitta per quei soggetti politici che non hanno saputo farsi interpreti e portavoce di queste richieste.

Jair Bolsonaro

Tanto più che i populismi possono avere, a loro volta, esiti disastrosi: è lampante il caso del Venezuela, un Paese al collasso dove la criminalità è elevatissima. Ma il regime di Maduro è stato sostenuto proprio da gran parte del popolo venezuelano che credeva negli ideali populisti del chavismo. Nessuno è al riparo da certe derive.

I movimenti populisti in Europa sono una risposta a una crisi economica e sociale che ha portato all’impoverimento dei ceti medi, quei ceti medi che hanno dato il via alle proteste. Il populismo canalizza dunque una reazione popolare legittima e si accompagna al sovranismo, percepito come rimedio al depotenziamento dello Stato dovuto all’appartenenza a un ordinamento sovranazionale, e a un uso strumentale dell’identità nazionale. Infatti, la retorica salviniana del Prima gli italiani è soltanto un modo per spostare l’attenzione dall’incapacità politica di affrontare le inefficienze del sistema. Ma questa retorica però trova consensi.

Per contrastare il dilagare del populismo c’è bisogno della buona politica, di una classe dirigente responsabile e lungimirante che non alimenti le paure o che faccia leva sulle frustrazioni dei cittadini. Bisogna riappropriarsi della forza della democrazia liberale, evitare le strumentalizzazioni politiche e le categorizzazioni semplificatorie. Oggi più che mai c’è la necessità di un ritorno ai veri valori della liberal-democrazia. Laddove le élite liberali sono diventate conservatrici, è invece importante che tornino ad ispirarsi ai valori del riformismo per poter garantire il continuo progresso della società. Soltanto attraverso una profonda riflessione e rieducazione ai valori della cultura liberale potremo forse uscire dalla trappola e dai pericoli del populismo ed essere in grado di affrontare le sfide poste alla democrazia globale.

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