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Caso Natuzza, il monsignore ha ragione

Il vescovo di Mileto ferma il culto nel santuario calabrese costruito per volontà della celebre mistica Natuzza Evolo. Il decreto shock del presule è a prova di bomba, ma le polemiche dei credenti, aizzati dalla dietrologia di una parte della stampa, hanno intorbidato le acque e reso ancor più afoso il clima, già di per sé rovente. Ma forse la verità è più semplice: i vertici vaticani vogliono andare a fondo sulla santità di Natuzza, di cui è stata chiesta la beatificazione nel 2009

Una bella doccia fredda per molti credenti calabresi nel cuore dell’estate: la fondazione Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime, costituita a Mileto a fine millennio su indicazione della mistica Natuzza Evolo, non può più svolgere attività di culto né ricevere le offerte e le donazioni dei fedeli né, soprattutto, effettuare qualsiasi forma di pastorale nei locali dell’omonima chiesa, terminata ma non ancora consacrata. Inoltre, non è più possibile somministrare i sacramenti nella casa per anziani Mons. Pasquale Colloca, realizzata dalla fondazione Cuore Immacolato assieme alla chiesa.

Lo ha deciso, come è noto, monsignor Luigi Renzo, il vescovo di Mileto, lo scorso primo agosto. E, al calore dell’estate (e, peggio ancora, dei terribili incendi che stanno devastando il Sud) si è aggiunta l’afa arroventata delle polemiche, pompate alla grande dalla stampa locale, che ha assecondato gli umori da ultrà del pubblico calabrese, in particolare dei devoti a Natuzza.

Come accade praticamente sempre nelle faccende della Calabria, le ricostruzioni della stampa nazionale sono state più equilibrate rispetto a quelle operate in loco, dove sono state profuse in abbondanza le stoccate a monsignor Renzo e, in ossequio allo scandalismo estivo, sono volate le chiacchiere e le dietrologie. Al punto che vien voglia di chiedersi una cosa banale: la stampa calabrese soffre dei vizi di tutta la stampa locale – ci si riferisce all’incapacità di distaccarsi emotivamente dagli eventi vicini – o esibisce per l’ennesima volta una tara tutta sua, per cui non le riesce di occuparsi di qualcosa senza incespicare in toni e modi da Curva Sud?

Nel dubbio, è il caso di soffermarsi sul decreto shock di monsignor Renzo, che, diciamolo subito, risulta un documento ineccepibile dal punto di vista giuridico, non solo a livello formale.

Infatti, erano e restano legittime le richieste di modifica dello Statuto avanzate dal vescovo ai vertici della fondazione Cuore Immacolato.

In particolare, è legittima la richiesta (e non pretesa) di regolare attraverso lo Statuto e non con un regolamento collegato i rapporti tra Diocesi e fondazione. Al riguardo, è vero che quest’ultima è una fondazione di diritto privato, come hanno ribadito i soci nell’animata assemblea del 22 luglio che ha preceduto la decisione del vescovo. Ma è altrettanto vero che una cosa è lo status giuridico, un’altra quello religioso, che non dipende dalle autorità civili ma dalla Diocesi, la può dettare regole per il riconoscimento religioso. Se così non fosse, si avrebbe il caso eccezionale di un ente non solo autonomo, com’è la fondazione voluta da Natuzza, ma addirittura extraterritoriale. In altre parole, si avrebbe a che fare con un istituto che, senza motivazioni razionali, prenderebbe dalla Chiesa quel che può senza rendere conto a nessuno, a livello spirituale, del proprio operato. Di casi simili (ma non proprio uguali) l’ordinamento della Chiesa è pieno zeppo: riguardano, in particolare monasteri e santuari di tradizione antica, che sono, di diritto o nei fatti, indipendenti dalle Diocesi di appartenenza.

Tuttavia, senza nulla togliere a Natuzza, occorre dire che una cosa è un antico monastero benedettino, domenicano o francescano, un’altra una fondazione recente, annunciata circa trent’anni fa e costituita nel 1999, di cui ancora non è chiara la santità dell’origine.

Sul punto monsignor Renzo è stato chiarissimo nella lettera h del preambolo del suo decreto, che riportiamo per intero, corsivi, virgolette e maiuscole inclusi: «Tenuto conto poi che durante l’assemblea, e quindi pubblicamente, la quasi totalità dei soci presenti, ivi compresa la componente clericale, ha affermato e ritenuto che lo Statuto ed in specie “Il testamento spirituale” di Natuzza riportato nell’art. 2 erano “intoccabili” perché Natuzza è ritenuta “messaggera” diretta della Madonna, che in un’apparizione l’avrebbe costituita esecutrice di un mandato divino anche a prescindere dall’autorità ecclesiastica, affermazione in verità mai fatta dall’interessata e per di più in netto contrasto con il suo normale atteggiamento di obbedienza alla Chiesa; considerato inoltre il fatto che il riconoscimento di queste asserite apparizioni non è stato mai concesso dall’Ordinario diocesano, per cui l’affermazione si configura come ereticale e come insubordinazione anche ai disposti della Lettera Apostolica “Norme per procedere nel discernimento di presunte apparizioni e rivelazioni” (25 febbraio 1978), norme poi riconfermate il14 dicembre 2011».

Al netto della farragine ecclesialburocratica del linguaggio, il vescovo ha affermato tre cose. Prima cosa: non è ancora provato che Natuzza sia stata la messaggera della Madonna né lei si è mai definita tale. Seconda cosa: nessun vescovo, neppure monsignor Domenico Cortese (il predecessore di monsignor Renzo, che approvò lo Statuto e costituì la fondazione nel ’99) ha mai concesso il riconoscimento delle apparizioni. Terza cosa: visto che ancora non è certa l’origine divina dei fenomeni legati a Natuzza, definire la mistica messaggera della Madonna è un’eresia.

E qui si apre un altro ordine di problemi. Il più importante lo ha sollevato Luciano Regolo, giornalista di vaglia, ex direttore di Novella 2000 e de L’Ora della Calabria e, soprattutto, lo studioso più serio e informato sulla mistica di Paravati. Come mai, si è chiesto Regolo in un recente articolo, monsignor Renzo si è accorto solo ora di tutto questo?

La risposta, forse, è semplicissima: probabilmente monsignor Renzo conosceva tutti questi problemi, ma non ha mai fiatato prima per due motivi. Innanzitutto per la popolarità della fondazione e delle sue attività, che ha oscurato un po’ la stessa Diocesi. In secondo luogo, perché anche lui convinto dell’origine divina dei fenomeni attribuiti a Natuzza. Non a caso, proprio lui istruì nel 2009 le pratiche per la beatificazione della mistica, su richiesta di un postulatore d’eccezione: don Enzo Gabrieli, sacerdote e portavoce della Curia di Cosenza.

Il problema, quindi, è sorto altrove e ben prima del braccio di ferro iniziato a luglio tra la Diocesi di Mileto e la fondazione.

Infatti, come ha riportato correttamente il giornale online Il Vibonese, in occasione dell’ultima festa della mamma, monsignor Renzo fece un annuncio ancor più shockante alla comunità dei fedeli: la Congregazione per la dottrina della fede nutre ancora dei dubbi sul processo di beatificazione.Il che sposta tutta la prospettiva del problema, che è più globale e non riguarda solo le vicende calabresi, sulle quali si è fatta sin troppa dietrologia. La Congregazione della dottrina, che eredita in maniera meno inquietante alcune funzioni della Santa Inquisizione, è la massima autorità in materia di fede cattolica: è l’istituzione a cui spetta di dire se una cosa fa parte della Chiesa, intesa come comunità e ordinamento giuridico.

A questo punto, sorgono due domande banali: come mai la Congregazione per la dottrina è intervenuta in un procedimento avviato otto anni fa davanti alla Congregazione dei Santi, che si occupa delle beatificazioni e delle canonizzazioni? E, soprattutto, in quale momento del processo di beatificazione sono intervenuti gli inquisitori?

Tutto lascia supporre che le prese di posizione del presule nei confronti della fondazione si siano fatte più marcate in seguito a un colloquio più intenso e continuo con le autorità della Santa Sede. E di questi colloqui c’è una traccia più che evidente nella lettera d del preambolo del decreto: «Visto che nemmeno i pareri autorevoli sulla nuova Bozza di Statuto espressi dall’Ufficio Giuridico della Cei, dal Nunzio Apostolico in Italia, dalla Segnatura Apostolica, dalla Segreteria di Stato Vaticano, pareri tutti fatti pervenire al Presidente del CdA, hanno sortito alcun effetto di alleggerimento della posizione pregiudizialmente negativa della fondazione».

E non a caso, in chiusura del decreto, monsignor Renzo cita l’articolo 36 del Motu Propriu Maiorem ac dilectionem emanato da Papa Francesco l’11 luglio, che recita: «Sono proibite nelle chiese le celebrazioni di qualsiasi genere o i panegirici sui Servi di Dio la cui santità di vita è tuttora soggetta a legittimo esame. Ma anche fuori dalla chiesa bisogna astenersi da quegli atti che potrebbero indurre i fedeli a ritenere a torto che l’inchiesta, fatta dal vescovo sulla vita e sulle virtù, sul martirio e sull’offerta della vita del Servo di Dio, comporti certezza della futura canonizzazione del Servo di Dio».

Il sottinteso può essere poco gradevole per i natuzziani ma è inequivocabile: nessuna ripicca del vescovo nei confronti della fondazione riottosa, bensì un gesto di prudenza nei riguardi di un culto che formalmente è mariano ma sostanzialmente natuzziano.

Una prudenza doverosa, perché la Chiesa è anche, è doveroso ribadirlo, un ordinamento giuridico e come tale non può permettersi scivoloni pericolosi.

C’è da dubitare che il Papa abbia pensato a Natuzza per l’emanazione del Motu Propriu, visto che la Calabria ha un peso minimo nell’economia dell’universo. Semmai, c’è da credere che le gerarchie ecclesiastiche temano che si riproducano, su scala, anche da noi i problemi sorti a Medjugorje, dove per anni si è svolto un culto al di fuori delle verifiche e del consenso esplicito della Santa Sede.

Detto altrimenti, si ha paura che anche nel mondo cattolico, provato da scandali ed episodi non edificanti, si verifichino regressioni dalla fede concepita in maniera razionale dal Concilio Vaticano II. Un ritorno al medioevo di cui si hanno non poche avvisaglie in certi fenomeni del mondo anglosassone (si pensi ai cosiddetti tv preachers). In tale contesto le dietrologie lasciano il tempo che trovano. A partire da quelle, più volte rilanciate dalla stampa calabrese, relative a presunte infiltrazioni mafiose nel giro d’affari (che c’è ed è enorme) della fondazione, per finire con quelle relative a interessi della massoneria.

La logica di questo decreto, che non intende cancellare Natuzza ma solo limitarne un culto improprio, è più semplice. Peccato solo che l’atmosfera da tifoseria, esasperata dall’esigenza di vendere la famosa copia in più o di fare audience abbia impedito di comprenderla.

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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