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Saviano contro de Magistris

Il sindaco è duro, lo scrittore ingeneroso

E c’è il sospetto che l’autore di Gomorra faccia il gioco di alcuni vertici del Pd, per cui l’ex pm è una spina nel fianco

Danno quasi fastidio i toni stucchevoli con cui tutti hanno commentato la rissa (sì, è stata una rissa e prendiamone atto, prima di distribuire torti e ragioni) tra Luigi de Magistris e Roberto Saviano.

Sgradevole il commento di Stefano Zurlo sul Giornale. Stucchevole l’intervento di Enrico Fierro sul Fatto Quotidiano. Non troppo onesto l’atteggiamento di Repubblica, che si è schierata in maniera acritica a fianco della sua firma redditizia.

Intendiamoci: de Magistris ha sbagliato i toni e i modi con cui ha difeso il proprio operato ed è difficile capire se abbia sbagliato d’impulso, anzi “d’impeto”, oppure perché malconsigliato.

Gli intellettuali, e questo il sindaco di Napoli deve capirlo, hanno il diritto di esprimere il proprio parere senza per questo essere coperti da improperi e “attinti” da critiche che sanno di accuse. E, prima di puntare il dito, de Magistris dovrebbe ricordare tutti quei giornalisti che lo sostennero in Calabria e in Basilicata quando, da magistrato, si trovò da solo contro non pochi spezzoni di poteri forti. E dovrebbe ricordare che il suo ingresso in politica, avvenuto grazie a Idv, coincise con il successo di Gomorra.

A meno che il sindaco de Magistris abbia scordato (e perciò miri a far scordare) il pm De Magistris che, nonostante tutti i suoi difetti, ha avuto un merito: grazie alle sue pasticciate inchieste condotte sulla gestione dei fondi pubblici, ha rivelato a tutta l’Italia che Calabria e Basilicata sono in mano a una casta che inibisce il loro sviluppo, con tanto di nomi e cognomi.

Detto questo, non ha ragione Saviano e, anzi, se continua su questa linea di attacchi frontali, finirà per dare ragione a chi pensa che l’autore di Gomorra sia diventato la grancassa dei malumori politici dell’estabilishment del Pd, che subisce de Magistris come una spina nel fianco e maltollera De Luca, protagonista di uscite che, se non fossero tragiche, sarebbero grottesche come certe scene dei film con Totò e Peppino.

Al riguardo, possiamo permetterci di dire che anche i silenzi di un intellettuale hanno un peso. E, a proposito di De Luca, meraviglia che Saviano, pronto a bacchettare il governatore campano per la sua uscita infelice sulla Bindi, non abbia detto granché sulle sparate, ben più gravi, fatte dallo stesso De Luca ai sindaci campani proprio alla vigilia del referendum costituzionale.

La memoria, specie quella di breve periodo, non può avere due velocità, i meriti prima o poi finiscono e gli eroi di un giorno mostrano la corda. Dunque: Saviano non è uno storico né un giornalista d’inchiesta e tra l’altro non lavora da un pezzo su documenti e fonti di prima mano, altrimenti non sarebbe finito sotto processo per plagio. Inoltre, Saviano non vive la cronaca dei quartieri di cui parla (e su questo de Magistris ha ragione) da un pezzo. Saviano non ha neppure il monopolio del rischio: come e più di lui rischiano i tanti cronisti che girano le questure, le procure e le zone calde della Campania, spesso senza scorta e in cambio solo di una notorietà locale.

Sempre a proposito di memoria storica: non risultano interventi memorabili di Saviano sull’emergenza della monnezza, per la quale spuntò il nome dell’ex sindaco Antonio Bassolino che ebbe comunque delle responsabilità politiche non indifferenti. Inoltre, occorre aggiungere, che de Magistris non è mai stato beccato in compagnia di camorristi o loro parenti e congiunti. Questo, semmai, è capitato ad esponenti del Pd, su cui Saviano quasi non ha detto niente.

Napoli non è cambiata assai? Probabilmente è vero. Ma quel poco cambiamento, visto con occhi esterni, è avvenuto in meglio. Altrimenti l’ex magistrato non sarebbe stato rieletto a furor di popolo.

Fuori dalle considerazioni più generali, è doveroso rilevare alcune cose: un sindaco non è il capo della polizia (se non di quella locale); un sindaco è senz’altro responsabile dell’ordine pubblico, ma non spetta a lui reprimere i reati o prevenirli in maniera autoritaria. Al contrario, un sindaco può e deve predisporre le precondizioni per uno sviluppo sano e legalitario della città che amministra e perciò deve vigilare anche sulla moralità dell’azione amministrativa. Ma a questo punto occorre chiedere: Saviano ha le prove che de Magistris non si sia impegnato o non si sia impegnato abbastanza su quest’ultimo fronte? Se le ha le esibisca, altrimenti eviti le perifrasi e i non detti.

Ciò non vuol dire che non si debbano fare le pulci agli amministratori e che de Magistris non debba sentire sul proprio collo il fiato dei “cani da guardia della democrazia”: Il problema è che Saviano, al momento, non è tagliato per fare il mastino perché forse non vede da un secolo gli uffici del Maschio Angioino e delle municipalizzate. Se mai li ha visti, perché nella carriera del Nostro, passato dalle riviste nazionali ai fasti letterari, cronaca ce n’è poca. Ne ha fatta molta di più, ad esempio, Gigi Di Fiore, tra l’altro autore di una bellissima Storia della Camorra pubblicata dall’arcigna Utet e non dalla sorniona Mondadori. Eppure Di Fiore, a differenza di Saviano, non pontifica: che sia anche lui un asservito all’ex magistrato?

Delle due l’una: o Saviano non si accorge che le sue dichiarazioni vengono strumentalizzate, al pari di tutta l’antimafia letteraria, per scopi politici, oppure lo sa e, purtroppo ha ragione de Magistris, un po’ ci marcia. Di sicuro l’ex magistrato non ha risolto i problemi di Napoli. Ma è altrettanto vero che la Camorra dei “sistemi” non è diventata meno pericolosa e sanguinaria solo perché Saviano ci ha versato sopra tanti e tanto redditizi fiumi d’inchiostro. È sicuro inoltre che il “savianesimo” ha giovato poco alla causa della stampa: scrivere di mafie era già difficile prima del suo successo e oggi è diventato impossibile, visto che nel frattempo si è sviluppata una giurisprudenza più che ostile nei confronti dei giornalisti, a cui sono richiesti sin troppi bagni di umiltà. È il caso che anche lui faccia il suo.

 Saverio Paletta

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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